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Oggi — 25 Marzo 2019RSS feeds

Russiagate, Trump si prende la rivincita: ora può rilanciare la sua retorica contro media e dem. Ma non è fuori pericolo

di Roberto Festa

Soddisfazione e sollievo per Donald Trump. Delusione per gli avversari del presidente. Si possono sintetizzare così le reazioni degli opposti campi alla diffusione da parte dell’attorney general William Barr di un sommario del rapporto dello Special Counsel Robert Mueller. Dopo 22 mesi di indagine, Mueller scagiona Trump e il suo staff dall’accusa di collusione con i russi durante le presidenziali 2016. La conclusione del rapporto scatena una serie di nuovi conflitti e di possibili conseguenze tutte ormai proiettate alle elezioni del 2020. Il presidente Usa si gode la rivincita e si prepara a rispolverare in campagna elettorale la retorica trumpiana della battaglia contro i democratici e i media, coloro che “hanno mentito” agli americani. Nel mentre però la partita Russiagate non è ancora chiusa: Mueller non ha escluso il reato di ostruzione della giustizia e gli avversari di Trump lotteranno per rendere pubblico tutto il suo rapporto. La loro speranza è che da questa o dalle altre indagini possano emergere dettagli politicamente imbarazzanti. Con un rischio, come ha dimostrato questa inchiesta: trasformare il tutto in un altro assist al presidente in carica in vista della campagna elettorale.

La vittoria di Donald Trump – “L’indagine dello Special Counsel ha evidenziato che nessuno nella campagna di Trump, o associato a essa, ha cospirato o si è coordinato con la Russia”. Non ci potrebbero essere parole più care al presidente, che dalla Florida ha subito esultato e parlato di “un’indagine vergognosa”. Un portavoce della Casa Bianca ha poi detto che Trump “è molto su di giri”. C’è da capirlo. Per quasi due anni uno staff di 19 avvocati, coadiuvati da 40 agenti dell’Fbi, ha emesso 2800 mandati di comparizione e condotto circa 500 perquisizioni – con un costo, per il contribuente americano, di 25 milioni di dollari. Niente di rilevante è saltato fuori.

Ora è il momento, per Trump e i suoi, della rivincita. Democratici e media saranno, nei prossimi giorni, i principali obiettivi degli attacchi da destra. “I democratici hanno mentito agli americani continuamente, nella speranza di annullare la legittima elezione del presidente”, recita un comunicato del comitato per la rielezione di Trump. “I democratici e molti media mainstream hanno trascorso gli ultimi 675 giorni a mentire agli americani”, fa eco la dichiarazione del Republican National Committe. L’assoluzione rafforza uno dei temi più cari della retorica trumpiana – quello di un presidente solo nel condurre una battaglia eroica contro i nemici dell’America, in primo luogo la stampa – che verrà rispolverato nell’imminente campagna elettorale.

Nelle prossime ore, dopo aver incontrato Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, Trump partirà per il Michigan, primo di una serie di comizi della campagna “Make America Great Again”. Prepariamoci a un presidente tutto all’attacco, ringalluzzito, pronto a usare l’assoluzione come una clava contro i nemici. Chi sperava nell’impeachment, resta dunque ampiamente deluso. Il futuro di Trump sarà deciso dalle elezioni del 2020. Non prima.

L’ostruzione della giustizia – Trump parla di una “completa e totale assoluzione”. Non è così. Il rapporto di Mueller non esclude infatti il reato di ostruzione della giustizia. Cioè che Trump, licenziando l’allora capo dell’Fbi James Comey, abbia volutamente danneggiato l’indagine. Nella lettera inviata a deputati e senatori in cui riassume i risultati dell’inchiesta, l’attorney general William Barr scrive che Mueller “non conclude che il presidente abbia commesso un crimine, ma nemmeno lo esonera”. Di qui comunque la scelta di Barr, e del suo vice Rod Rosenstein, di non procedere all’incriminazione per ostruzione.

Si tratta di una questione molto delicata, che è stata infatti immediatamente impugnata dai democratici. Barr “non è un osservatore neutrale”, hanno spiegato in una dichiarazione congiunta Charles Schumer e Nancy Pelosi. I prossimi passi dei democratici sono sostanzialmente due: chiamare Barr e Mueller a testimoniare davanti al Congresso, chiedere che il Dipartimento alla Giustizia renda pubblico tutto il rapporto di Mueller. Punto, quest’ultimo, su cui per ora Barr si è dimostrato molto vago: non ha detto quando e quali parti del rapporto verranno inviate al Congresso.

Nel caso Barr faccia muro, è pronta la contromossa: appellarsi alla sentenza del 1974, in cui una corte d’appello di Washington D.C. impose di trasferire le notizie sulla colpevolezza di Richard Nixon nel Watergate alla Commissione giustizia della Camera. La speranza è ovviamente che emergano dettagli politicamente imbarazzanti contro Trump, se non penalmente rilevanti. E’ una strategia che, per i democratici, ha un rischio: quello di apparire persecutori, faziosi, interessati a distruggere Trump più che al bene della nazione. Non è esattamente il tipo di percezione su cui Joe Biden, Bernie Sanders e gli altri candidati possano fare campagna nel 2020.

Le altre indagini – L’attorney general Barr ha spiegato che nel rapporto di Mueller non ci sono elementi che facciano pensare a nuove incriminazioni. Tirano un sospiro di sollievo il figlio di Trump, Donald Jr., e il genero Jared Kushner, presenti al famoso incontro del giugno 2016 alla Trump Tower con un gruppo di russi – capitanati dall’avvocatessa Natalia Veselnitskaya – che dicevano di avere materiale compromettente contro Hillary Clinton. Il fatto che siano escluse nuove incriminazioni non significa però che il lavoro legale e giudiziario finisca qui.

Mueller lascia in eredità il processo contro Roger Stone, amico e collaboratore di Trump, il cui inizio è previsto per il prossimo novembre. C’è poi la sentenza in arrivo per Rick Gates, socio di Paul Manafort, anche lui accusato di riciclaggio e cospirazione. Non c’è la sentenza nemmeno per Michael Flynn, l’ex consigliere alla sicurezza nazionale di Trump, arrestato per aver mentito all’Fni. E’ ancora aperto il caso contro un collaboratore di Stone, Andrew Miller, che si è rifiutato di rispondere al mandato di comparizione. Con ogni probabilità continuerà la battaglia legale attorno alla Concord Management and Consulting, la società di proprietà dell’uomo d’affari russo e amico di Putin, Yevgeny Viktorovich, accusata di aver orchestrato la massiccia campagna online per interferire nelle presidenziali 2016. Concord nega e ha assunto un team di avvocati americani per andare in tribunale. Alcuni di questi casi verranno ereditati dallo U.S. Attorney di Washington D.C., altri dai magistrati della Virginia.

C’è poi tutto il capitolo delle indagini ancora a carico di Trump. Robert Mueller non è infatti l’unico sheriff in town. Contro il presidente è in corso un’altra e nutritissima serie di indagini. Gli agguerriti procuratori federali del Souther District di Manhattan stanno esaminando i finanziamenti legati alla campagna di Trump e alla sua inaugurazione. Alcune Commissioni della Camera stanno mettendo il naso negli affari personali del presidente. Sono indagini, se possibile, che preoccupano la Casa Bianca ancor più del Russiagate, perché mirano direttamente alla Trump Organization e alla rete di interessi messa in piedi dal miliardario prima della sua ascesa politica. La conclusione dell’inchiesta sul Russiagate è quindi soltanto una tappa della guerra – giudiziaria, politica, mediatica – che è iniziata l’8 novembre 2016 e che promette di concludersi solo il 3 novembre 2020, con le nuove elezioni presidenziali.

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