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Oggi — 27 Maggio 2019RSS feeds

Meghan Markle, lo sfregio a Donald Trump: un caso internazionale, rabbia a Corte

Potrebbe essere la mamma del prossimo re d'Inghilterra, anche se le probabilità sono scarse. E pure vedere suo figlio Archie essere eletto alla Casa Bianca, visto che è cittadino americano. Ma Meghan Markle diserterà la cena con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in occasione della visit

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Huawei, lo scontro è durissimo. E il divorzio Usa-Cina aumenta la competizione

di Centro studi Unimed

di Roberto Iannuzzi*

Il duello fra Washington e Pechino sembra andare verso un’escalation non solo commerciale, ma anche tecnologica e strategica. Dopo il botta e risposta sui dazi, l’amministrazione di Donald Trump ha inserito il gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei nella lista dei soggetti a cui le compagnie americane non possono vendere tecnologia senza una licenza ufficiale del governo (di fatto un bando assoluto, perché questo tipo di licenza solitamente viene negato). L’annuncio, se sarà definitivamente confermato, rappresenterà un colpo durissimo per Huawei, innalzando ulteriormente il livello dello scontro.

Degli oltre 90 fornitori principali di Huawei ben 33 sono americani, e producono elementi essenziali per la rete 5G del colosso cinese, la cui implementazione subirebbe inconvenienti e ritardi. Per i suoi cellulari Huawei si affida al sistema operativo Android di Google e acquista i microchip Qualcomm e Broadcom. Per produrre in proprio tutto ciò la società cinese avrà bisogno di tempo e denaro, e potrebbe anche non riuscirci affatto.

Ma la portata dell’ordine esecutivo emanato dall’amministrazione Trump potenzialmente va al di là di Huawei. Quello che alcuni hanno definito un “atto di guerra tecnologica” va a colpire al cuore la struttura attuale della globalizzazione. Esso tenta di imporre sulle catene di fornitura globali nel settore tecnologico una supremazia statunitense non dissimile dall’egemonia che Washington esercita sui circuiti finanziari mondiali grazie allo status di valuta di riserva internazionale di cui gode il dollaro, che permette alle sanzioni unilaterali americane di “segregare” intere economie come quella iraniana.

Ma così come l’abuso dello strumento sanzionatorio da parte statunitense sta spingendo Cina, Russia e altre potenze emergenti a creare circuiti finanziari alternativi al dollaro (con la prospettiva sul lungo periodo di spezzettare il sistema finanziario globale in aree di influenza monetaria separate dal biglietto verde), allo stesso modo il tentativo di imporre un’autorità egemonica sulle catene di fornitura globali è destinato a decretarne la frammentazione, con la conseguente nascita di catene più regionalizzate.

Le infrastrutture alla base dell’economia globalizzata si consolidarono negli anni 90 del secolo scorso all’ombra dell’incontrastato dominio unipolare americano seguito al crollo dell’Unione Sovietica. L’emergere di catene di fornitura globali aveva come unico obiettivo massimizzare l’efficienza economica, in base alla persuasione che il commercio non sarebbe più stato soggetto ai rischi della competizione fra grandi potenze (il politologo Francis Fukuyama aveva perfino teorizzato che il mondo globalizzato a guida americana rappresentava “la fine della storia”). I sistemi economici nazionali, in precedenza separati gli uni dagli altri, divennero perciò profondamente interconnessi e dipendenti da reti commerciali, finanziarie e di informazione transnazionali.

In questo contesto spicca il rapporto di mutua dipendenza instauratosi fra Usa e Cina già a partire dagli anni 70. A quell’epoca Washington aveva ritenuto utile integrare Pechino nella nascente struttura della globalizzazione neoliberista, anche per isolare ulteriormente l’avversario sovietico. Il gigante cinese, allora estremamente arretrato, cominciò a fornire prodotti a basso costo ai consumatori statunitensi, mentre la domanda americana alimentava la crescita cinese basata sulle esportazioni.

Il rapporto fra Washington e Pechino si è però incrinato definitivamente all’indomani della crisi del 2008, allorché i cinesi, principali detentori dell’enorme debito americano, iniziarono a considerare il rapporto di interdipendenza economica con gli Usa non come un vantaggio, ma come un rischio da gestire e contenere. Pechino inoltre si rese conto che il nuovo panorama di stagnazione mondiale rendeva insostenibile il proprio modello di sviluppo basato sulle esportazioni, richiedendo una transizione verso un modello incentrato sui servizi e i consumi interni.

Nel frattempo, le catene di fornitura globalizzate dell’economia mondiale hanno creato inedite vulnerabilità strategiche, la cui rilevanza ha cominciato a emergere nel momento in cui la sempre più marcata crisi di leadership statunitense e l’ascesa di paesi come la Cina hanno riportato in auge il paradigma prima dimenticato della competizione fra grandi potenze.

Le catene di fornitura sono infatti reti di produzione i cui punti nodali sono potenzialmente soggetti al controllo di alcuni paesi piuttosto che di altri. Se un paese decide di “bloccare” i nodi sotto il proprio controllo, di fatto può paralizzare l’intera rete o una sua parte consistente, impedendo ad altri di fruirne. E’ proprio quello che sta avvenendo fra Usa e Cina nel “caso Huawei”. Se però lo scontro dovesse prolungarsi, porterà inevitabilmente alla nascita di catene di fornitura alternative e a una progressiva frammentazione della globalizzazione, secondo un processo doloroso che comporterà gravi perdite non solo per Washington e Pechino, ma per l’intera economia mondiale.

Se il “decoupling” – ovvero il divorzio – fra le economie di Cina e Usa dovesse realmente verificarsi, non riporterà però indietro l’orologio della storia. Infatti, se negli anni 90 gli Usa e l’area transatlantica rappresentavano il centro del commercio mondiale, oggi il mondo degli scambi commerciali è divenuto tripolare. Il polo asiatico – incentrato sulla Cina – ormai costituisce un sistema regionale di scambi al pari di Europa e Nord America, una realtà con cui gli Usa continueranno a dover fare i conti.

How global trade has been reconfigured around China since the 1990s (mapping flows of 1% of world GDP) https://t.co/1WZrbn9KW1 pic.twitter.com/1Xlhru46JB

— Adam Tooze (@adam_tooze) April 26, 2019

* Analista di politica internazionale, autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017)

@riannuzziGPC

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Venezuela, “finanziamenti fermi per sanzioni Usa”. Stop progetto: 25 bimbi in attesa non potranno curarsi in Italia

di Gianluca Mavaro

Un bambino di sette anni malato di leucemia e in attesa di un trapianto di midollo è morto oggi in un ospedale di Caracas. Il bimbo, hanno reso noto i media nella capitale, era ricoverato nell’ospedale J. M. de Los Ríos, principale centro pediatrico venezuelano. Ma ci sono altri 25 bambini ricoverati a Caracas che non potranno venire in Italia per il trapianto di cellule staminali che potrebbe salvare loro la vita. Il motivo è il debito da 8,5 milioni di euro contratto dal Venezuela con le 12 strutture italiane convenzionate. Il progetto di cooperazione sanitaria messo in piedi da Caracas e dalle cliniche italiane ha salvato la vita a 500 venezuelani malati di leucemia e altre malattie del sangue, la maggior parte bambini, nei dieci anni durante i quali ha funzionato. Un accordo interamente finanziato dalla Pdvsa, la compagnia petrolifera di Stato venezuelana, che però oggi non può più inviare ad Atmo (Associazione per il trapianto di midollo osseo) i 12 milioni all’anno che fino a oggi hanno permesso ai medici italiani di curare i bambini provenienti dal Paese sudamericano a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti.

Il bimbo, il secondo morto dall’inizio di maggio, avrebbe potuto essere curato in Italia, ma dalla fine dello scorso anno non parte più nessuno per mancanza di fondi. “Non possiamo effettuare pagamentiimportare medicinali, vaccini, macchinari, cibo. Da ormai due anni è impossibile accedere a qualsiasi tipo di mercato internazionale a causa delle sanzioni degli Stati Uniti“, fanno sapere dall’ambasciata venezuelana a Roma.

Il futuro dei bimbi malati
Grazie alla mediazione della Croce Rossa, la situazione si è sbloccata per dieci bimbi che saranno accolti dall’ospedale Bambin Gesù di Roma, quattro di loro – già arrivati – sono pazienti ematologici e facevano parte del gruppo in attesa per il trapianto di midollo in Italia. Ne rimangono però venticinque solo a Caracas e altrettanti a Maracaibo, dove le condizioni sono ancora peggiori e non è possibile effettuare i trapianti. Il problema riguarda anche i 20 bambini già operati e in cura in Italia e i loro accompagnatori: “Il ministero della Salute è a conoscenza della sospensione del programma e ci ha contattati tramite il Centro nazionale trapianti per avere informazioni, ma poi non c’è stato nessun passo avanti”, spiega la direttrice di Atmo, Enrica Giavatto.

Per chi è rimasto in Italia finora le cure non sono mancate, ma per i bambini in Venezuela è difficile trovare soluzioni rapide: il Bambin Gesù, finanziato e gestito dalla Santa Sede, sarebbe quindi un’eccezione. “Praticamente Pdvsa non sa come farci arrivare i soldi. Gli Stati Uniti dovrebbero fare una deroga per il nostro caso”, continua Giavatto. “Novo Banco, l’istituto che ha sequestrato i conti correnti, ci conosce benissimo: la nostra attività è sempre la stessa da oltre dieci anni”, chiosa la direttrice di Atmo.

Soltanto a Bologna, “a ottobre 2018 avevamo pratiche avviate con Atmo per cinque pazienti. Avevamo già trovato il donatore per due di loro, ma sono dovuti rimanere a Caracas”, racconta il dottor Arcangelo Prete, responsabile del programma di trapianti di Ematologia e Oncologia del Sant’Orsola. Un’altra bambina venezuelana, ora maggiorenne, era già in Italia e per questo ha ricevuto il trapianto: le spese per le terapie sono ora a carico del fondo per gli extracomunitari di cui dispone il Servizio sanitario regionale. Lo stesso vale per i 20 pazienti, quasi tutti minori, che sono ancora in Italia con le loro famiglie per completare le cure: quaranta persone alle quali adesso provvedono, anche finanziariamente, le dodici strutture ospedaliere della convenzione e le varie associazioni di volontariato venute in aiuto di Atmo.

I conti bloccati
I bonifici da Caracas sono bloccati dalla seconda metà del 2018. La banca portoghese Novo Banco si è adeguata alle sanzioni americane e ha sequestrato al Venezuela conti correnti per circa 1,5 miliardi di dollari. Novo Banco è di proprietà americana, nata dal fallimento di Banco Espiritu Santu, poi ricapitalizzata da Lone Star, il fondo americano che da ottobre 2017 detiene due terzi delle azioni. Pochi mesi dopo essere stato acquistato dal fondo, Novo Banco ha venduto tutto e chiuso i battenti in Venezuela.

Dalla fine del 2017 l’amministrazione Trump ha colpito duramente l’economia del Paese sudamericano con diversi ordini esecutivi. In particolare, dalla primavera del 2018 ha proibito la maggior parte delle transazioni finanziarie e causato il sequestro di conti correnti per almeno 5 miliardi. Il governo di Caracas ha già denunciato i danni delle sanzioni americane alla salute di migliaia di pazienti in cura in Venezuela e all’estero, in un quadro che numerosi esperti hanno definito una “guerra non convenzionale”.

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), i provvedimenti di Trump violano i diritti umani e il diritto internazionale, mentre uno studio del Center for Economic and Policy Research (Cepr) di Washington, considerato vicino alle posizioni della sinistra americana, ha stimato più di 40mila morti causate dalle sanzioni tra il 2017 e il 2018. Il ministro degli esteri portoghese, Augusto Santos Silva, si è detto preoccupato per le accuse ricevute dal suo omologo venezuelano: “Le banche non obbediscono al governo, la questione sarà risolta in tribunale”, ha aggiunto riferendosi ai conti sequestrati da Novo Banco.

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Gli USA contro Huawei, ma il CEO è tranquillo

di Cristiano Ghidotti

Huawei

Il ban degli USA non sembra aver scalfito la tranquillità del CEO Huawei: il business del colosso cinese non è a rischio, parola di Ren Zhengfei.

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