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Ieri — 18 Giugno 2019RSS feeds

Savona, a rischio l’ultima funivia d’Europa. E il ministero dei Trasporti non risponde

di Mimmo Lombezzi

Vista dalle colline di Savona, l’ultima funivia d’Europa è un gigantesco pentagramma di acciaio, che da 107 anni trasporta carbone dal porto di Savona in Val Bormida, scavalcando 18 km di boschi. “Quand’ero ragazzino, anch’io mi aggrappavo ai vagonetti – racconta Fulvio Berruti, ex-dipendente delle Funivie e a lungo rappresentante sindacale – era una sfida fra ragazzi: vinceva chi si faceva trasportare più lontano, ma spesso le guardie di stazione ci correvano dietro. Mio padre, ‘funiviere’ anche lui, raccontava che, durante la guerra, i più poveri salivano sui pali per scaricare i vagonetti e rubare il carbone”.

Quando venne realizzata nel 1912, quella di Funivie era la linea di trasporto aerea più lunga del mondo e, da allora, i vagonetti che attraversano il “cielo sopra Savona” sono una componente fissa del paesaggio, che resistendo alla sfida del tempo sembra quasi rassicurare la provincia sulla continuità del suo destino industriale. Questa certezza è crollata a gennaio, quando il ministero delle Infrastrutture ha bloccato i finanziamenti (20 milioni) al gruppo Ascheri che ha in concessione l’impianto, perché non avrebbe rispettato l’impegno di coprire i parchi dove viene stoccato il carbone. “A gennaio dovevamo discutere con l’azienda un piccolo premio di risultato, perché abbiamo scaricato 100mila tonnellate in più rispetto al 2017 – dice Fabrizio Castellani (Filt Cgil Savona) – e mai avremmo immaginato quel che stava accadendo e che l’azienda ci ha nascosto. E’ stato un parlamentare a dirci di contattare il Mit, perché aveva sospeso i contributi che versa ogni tre mesi, sia per l’esercizio che per gli investimenti tecnologici, compresa la copertura dei parchi carbonili a San Giuseppe di Cairo”. Funivie, insieme a Italiana Coke e al “Terminal alti fondali Savona”, fa parte di un sistema integrato che con l’indotto dà lavoro a 600 persone. Per essere sostenibile questa rete dovrebbe scaricare almeno 1.500.000 tonnellate all’anno, cosa impossibile perché i fondali del porto di Savona accolgono solo navi di medie dimensioni.

“Senza contributo statale le Funivie non stanno in piedi – dice Castellani – ma se non ci fossero, ogni giorno vedremmo viaggiare fra Savona e Cadibona centinaia di Tir. Nell’accordo del 2007, il ministero dei Trasporti si impegnava sino al 2022 per un totale di 122 milioni, di cui 29 erano destinati alla copertura dei carbonili”.

Quando esplose il caso di Tirreno Power, la centrale a carbone di Vado Ligure, tutte le tv corsero a filmare la polvere che anneriva i lenzuoli a poche centinaia di metri dal centro. Verrebbe quindi da chiedersi perché i depositi di S.Giuseppe siano ancora scoperti. “Il gruppo Castaldi, che si era aggiudicato un appalto al massimo ribasso – spiega Castellani – aveva chiesto subito una revisione dei costi e Funivie gli ha revocato l’appalto assegnandolo a un nuovo gruppo, che però è finito in concordato preventivo. Così dei 29 milioni ne sono stati spesi solo due, per abbattere dei manufatti. Inoltre Funivie ha pagato cara la crisi di Italiana Coke, perché da quando è andata in concordato preventivo non ha potuto per un sacco di tempo incassare fatture per nove milioni. Probabilmente ha utilizzato i fondi del contributo statale per pagare gli stipendi dei lavoratori”.

Funivie, in un comunicato, dichiara di aver sempre informato tempestivamente il ministero sulle ultime vicende e dice che, al momento, le attività continuano senza problemi, anche in ragione di “una gestione oculata che ha consentito di accumulare discrete riserve di danaro“. “Siamo confidenti – dichiara Paolo Cervetti, ad di Funivie – che gli enti coinvolti sapranno trovare una soluzione per garantire un servizio pubblico che da cento anni elimina più di 125 camion al giorno dalle strade”.

Chiedo a Castellani se, in un contesto di crisi complessa come Savona, abbia senso bloccare i contributi: “La perdita di 600 posti per un’area come Savona sarebbe una catastrofe. Vogliamo sapere da Danilo Toninelli cosa vuole fare della filiera del carbone: se pensa che sia brutto e cattivo lo deve dire e deve assumersi le sue responsabilità, ma io credo che lo stop ai contributi sia soprattutto un fatto burocratico e non ideologico, che richiede una scelta politica. Abbiamo chiesto un incontro con il ministro, ma per ora abbiamo avuto solo contatti con funzionari. Anche perché ben due sottosegretari ai trasporti, Armando Siri ed Edoardo Rixi, sono stati spazzati via da vicende giudiziarie…”

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Rider, a Bologna l’incidente che costa la vita al 51enne Mario: postino di giorno e fattorino nel weekend

di Stefano Galeotti

Era costretto a fare un secondo lavoro, come lo sono in molti nell’era del precariato e degli stipendi troppo bassi rispetto al costo della vita. Postino durante la settimana, fattorino nei weekend. Alla fine, per riuscire a mettere insieme uno stipendio adeguato, tante ore passate su uno scooter, per portare a domicilio una raccomandata o una pizza, ma sempre in pericolo nel traffico di Bologna. Ed è sulla strada, mentre tornava alla base dopo l’ennesima consegna, che ha perso la vita Mario Ferrara, 51 anni, in un incidente che ha ancora molti punti da chiarire. Quello che è certo è che lo scontro è avvenuto con una volante della Polizia, appena uscita per un allarme scattato in un negozio della zona. L’uomo è stato sbalzato dallo scooter e ha fatto un volo di diverse decine di metri, raccontano i testimoni. Soccorso dal 118 con un lungo intervento di rianimazione, è morto poco dopo l’arrivo all’ospedale Maggiore. 

L’episodio è avvenuto domenica intorno alle 22 nel quartiere San Donato, a pochi passi dalla pizzeria Pantera Rosa, dove Ferrara lavorava, e ha scatenato la protesta dei Riders Union Bologna, la rappresentanza autonoma territoriale dei fattorini. Le loro battaglie sono da sempre quelle di chi lavora per i grandi nomi del food delivery, ma poco importa: “Anche se con una formula diversa, Mario rimane un precario del lavoro, proprio come chi consegna per Glovo, Deliveroo o UberEats”, spiega al FattoQuotidiano.it Tommaso Flachi, uno dei promotori del presidio di protesta indetto per lunedì alle 18 in Piazza del Nettuno. “Non è una fatalità. L’assenza di diritti e tutele, la mancanza di un’assicurazione, l’invisibilità cui ci vorrebbero costringere gridano vendetta”. 

LA DINAMICA – La cosa certa, per il momento, è che la volante si trovava su via del Lavoro quando si è scontrata con lo scooter di Ferrara, che proveniva da una laterale, all’incrocio con via Luigi Vestri. Gli accertamenti sono ancora in corso, con la polizia che sta ascoltando i presenti e visionando filmati di telecamere della zona. I due agenti sono rimasti lievemente feriti e sono stati visitati anche per lo stato di choc in cui li hanno trovati i soccorritori. 

I COLLEGHI – I colleghi di Ferrara, ancora scossi, ne parlano come una persona tranquilla e riservata: “Uno che lavora e non da problemi. Era con noi da circa due anni, faceva qualche fine settimana ogni tanto”, racconta Filomena Stasi. Ferrara, che non aveva figli, viveva con la sua compagna a Bologna già da qualche anno, lontano da gran parte della famiglia che invece abita in Puglia. Al lavoro settimanale alle Poste aveva affiancato quello di fattorino il sabato e la domenica, ma solo ogni tanto. I turni, come in ogni pizzeria, vanno dalle 19 alle 22 e 30, orario di punta delle consegne. “Erano circa le 10. Io ero in cassa, c’era tanta confusione e non mi sono accorta di nulla, ma chi stava in cucina, che affaccia sulla strada, ha sentito un rumore fortissimo, così come chi sta al piano di sopra. Abbiamo visto le luci della polizia e poco dopo qualcuno ci ha detto che il nostro fattorino aveva fatto un incidente”. Lo scontro, in realtà, è avvenuto molto prima lungo quella via, ma questo conferma il racconto di chi dice di aver visto il motorino di Ferrara a trenta metri dall’incrocio e lui sbalzato ancora più lontano.

I PRECEDENTI – La morte di Ferrara avviene in una città, Bologna, che nell’ultimo periodo ha visto incrementare gli incidenti con i fattorini coinvolti, così come accade a Milano, dove giovedì scorso sono finiti a terra quattro rider. In Italia i precedenti ufficiali sono due: Maurizio Cammillini, rider pisano di 29 anni che lo scorso che settembre si è schiantato per evitare di consegnare in ritardo due panini e un fritto, e Alberto Pollini, travolto il 1 dicembre a Bari da un’auto mentre con il suo scooter stava portando a un cliente la sua cena. Francesco Iennaco, 28 anni, invece ha perso una gamba a Milano dopo essere finito sotto un tram, in maggio.  “Non può essere un caso che Mario sia l’ultimo di una lunga serie di lavoratori che perdono la vita per consegnare una pizza o un panino in un contesto di peggioramento delle condizioni lavorative”, attacca Riders Union Bologna. “È arrivato il momento che le aziende e le istituzioni si facciano carico delle responsabilità che hanno portato all’ennesimo tragico epilogo. Lo ripetiamo da mesi: la parte datoriale deve ascoltarci e sedersi con le rappresentanze dei riders auto organizzati che chiedono i giusti riconoscimenti”. 

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Infn, quei ricercatori tornati in Sicilia e lasciati senza futuro

CATANIA - La protesta dei precari dell’Infn, Istituto nazionale di Fisica Nucleare che proprio a Catania vede operativo uno dei 4 maggiori laboratori del Paese, ha caratterizzato la giornata di ieri. Una data scelta non a caso, infatti nelle stesse ore in cui dipendenti e ricercatori di tutta Italia

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Mercatone uno, Di Maio: “Obiettivo è attivare cigs per i lavoratori”. Associazioni consumatori: “Tutelare anche i clienti”

di F. Q.

L’obiettivo è attivare la cassa integrazione straordinaria per i 1.800 lavoratori di Mercatone uno lasciati a casa dopo l’improvviso fallimento dell’acquirente Shernon holding. Prima il tribunale, che ha già restituito ai commissari gli immobili, deve autorizzare l’amministrazione straordinaria a tornare in possesso dell’azienda, consentendo il ricorso agli ammortizzatori sociali. I contratti verranno riportati alla data del 9 agosto 2018, prima dell’acquisizione. E’ stato questo l’esito della riunione di lunedì al ministero dello Sviluppo economico, durante la quale il ministro Luigi Di Maio ha annunciato, per giovedì 30 maggio, un tavolo con creditori e fornitori. Tra i primi ci sono anche i clienti che hanno versato acconti per mobili mai consegnati.

Una volta ottenuta la Cigs, ha detto il ministro, ci sarà “la fase di reindustrializzazione per dare un futuro certo ai lavoratori, ce la metteremo tutta lavorando collegialmente con le parti sociali e le Regioni”. Il prossimo passo sarà quello di incontrare, giovedì, i fornitori e i creditori della società dichiarata fallita dal Tribunale di Milano con circa 90 milioni di debiti accumulati in 9 mesi. Il problema, infatti, non sono solo i lavoratori ma anche un indotto di 500 aziende creditrici per circa 250 milioni di euro non riscossi. Per non parlare dei singoli consumatori, fra cui tantissime famiglie che rischiano di non ricevere più i mobili che hanno già pagato. Per tutelarle, le associazioni dei consumatori chiedono al governo misure ad hoc.

Quello che è accaduto a Mercatone Uno “non è accettabile” per il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che ha definito la situazione “uno schiaffo anche al governo e al ministero dello Sviluppo Economico”, visto che per due mesi la società ha preso impegni a presentare piani industriali che in realtà non sono mai arrivati. Per i sindacati presenti al tavolo le rassicurazioni arrivate dal ministro Di Maio sono positive ma non bastano. “Possiamo dirci moderatamente soddisfatti, abbiamo chiesto di intervenire immediatamente per il sostegno al reddito dei dipendenti e ci è stato garantito che ci sono i presupposti per un rapido ricorso alla Cigs”, ha spiegato il segretario nazionale Uiltucs Stefano Franzoni. Un altro tema è la ricerca di nuovi acquirenti. Su questo, i commissari “apriranno una nuova fase di selezione, non si sa se con un bando pubblico e con la formula già usata di selezione in sede privata”, ha continuato Franzoni aggiungendo che il ministro Di Maio ha detto che farà di tutto per evitare una soluzione “spezzatino”, ma contemporaneamente ha chiesto la collaborazione delle Regioni perché si possano trovare imprenditori locali disponibili a rilevare i negozi. In questo senso “l’apporto delle Regioni potrebbe essere fondamentale, soprattutto nei territori in cui c’è un’alta concentrazione di punti vendita”, ha spiegato Sabina Bigazzi della Filcams Cigl nazionale facendo notare che al momento i negozi resteranno chiusi, visto che non ci sono ancora certezze sulla possibilità di andare avanti con un esercizio provvisorio.

Per il segretario generale Fismic Confsal Roberto Di Maulo “i casi eclatanti di Pernigotti e Mercatone Uno evidenziano in modo palese l’inadeguatezza dell’attuale governo giallo-verde di fronte alla complessità della politica industriale all’epoca della globalizzazione. In particolare, il ministro Di Maio dimostra di non avere nessuna idea che vada oltre vuoti slogan pre-elettorali. È arrivato il momento di porre al centro del dibattito nazionale l’applicazione dell’art.46 della Costituzione che prevede la partecipazione dei lavoratori al controllo e alla gestione della vita dell’impresa”.

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