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Ieri — 21 Genuaio 2018RSS feeds

Vulcano, isola della Papua Nuova Guinea in eruzione. Migliaia di evacuati e rischio tsunami, le immagini

di F. Q.

Voli cancellati e migliaia di persone evacuate dalle isole intorno a Kadovar, vicino alla costa settentrionale di Papua Nuova Guinea, per l’eruzione dell’isola vulcanica che ha oscurato il cielo con vapore e cenere. Anche le imbarcazioni in navigazione in quell’area del Pacifico meridionale hanno ricevuto l’indicazione di tenersi lontane dall’isola. Kadovar, la sommità sommersa di un vulcano, ha iniziato a eruttare il 5 gennaio e gli esperti hanno già avvertito che l’attività sismica causa dell’eruzione potrebbe preludere in tempi brevi a un fenomeno molto più importante e grave. Il premier Peter O’Neill ha fatto sapere che sono state stanziate risorse per sostenere l’evacuazione e ha avvertito le comunità costiere del nord di rimanere in allerta per possibili tsunami. Kadovar è al largo della costa settentrionale della Nuova Guinea, l’isola maggiore dove si trova la capitale Port Moresby. Tutto l’arcipelago si trova sull’Anello di fuoco, una faglia sismica che circonda le isole del Pacifico provocando frequenti terremoti ed eruzioni

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Turchia, nuova offensiva contro le milizie curde in Siria. Erdogan: “Schiacceremo chiunque si oppone”. Il timore degli Usa

di F. Q.

La Turchia ha lanciato un’offensiva terrestre e aerea contro la milizia curda Unità di Protezione Popolare (Ypg) nel nord della Siria, in un’operazione guardata con timore da Washington, alleata ai curdi nella lotta all’Isis. Denominata “Ramo d’olivo“, la missione è stata annunciata dall’esercito di Ankara, che ha detto sarà condotta “nel rispetto dell’integrità territoriale siriana”. L’obiettivo della Turchia è colpire quella che vede come l’incarnazione siriana degli autonomisti curdi del Pkk, ma “anche l’Isis“, stando alle parole che arrivano dal presidente Recep Tayyp Erdogan. Una decisione che ha sollevato polemiche, dal momento che obiettivi legati ai jihadisti in quell’area non ce ne sono.

I bombardamenti si concentrano su Afrin, la città nel nord-ovest della Siria controllata dal 2012 dagli uomini delle Ypg, le milizie legate al partito curdo Pyd e sostenute dagli Usa. Al momento si ha notizia di sette civili e tre combattenti curdi morti nei raid turchi. Erdogan ha avvertito i curdi in Turchia di non scendere in piazza per protestare contro le operazioni militari in corso: coloro che risponderanno agli appelli dei leader che invitano a manifestare “pagheranno un prezzo alto“, ha ammonito il presidente turco. “È una lotta nazionale. Schiacceremo chiunque si oppone alla nostra lotta nazionale”, ha scandito. Erdogan sostiene che Afrin sia un’area a maggioranza araba e che la Turchia è determinata a riportarla sotto la giusta sovranità. “Più tardi, ripuliremo il nostro Paese fino alla frontiera irachena da questa barriera di terrore che tenta di assediarci”, ha concluso.

Afrin è in mano alle forze curde Ypg, milizia considerata da Ankara un’organizzazione terrorista, ma alleata degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato islamico. La Turchia accusa l’Ypg di essere un ramo siriano del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), che da oltre trent’anni nel sud-est turco combatte il potere centrale ed è considerato da Ankara e dai suoi alleati come un’organizzazione terroristica. L’Ypg è stata anche un alleato imprescindibile per gli Usa, partner della Turchia nella Nato, nella lotta contro l’Isis.

La milizia curda ha avuto un ruolo chiave nella cacciata dei jihadisti da tutti i loro principali feudi in Siria. La Russia si è definita “preoccupata” dall’offensiva e ha chiesto “moderazione”, mentre il ministro degli Esteri siriano Fayçal Mekdad giovedì aveva detto che l’aviazione di Damasco abbatterà qualsiasi velivolo militare turco entri nel suo spazio aereo. La Turchia ha fatto sapere di aver informato Damasco dell’offensiva, “secondo la legge internazionale“, ma il regime del presidente Bashar Assad ha smentito e “condannato con forza la brutale aggressione turca su Afrin”, tramite l’agenzia di stampa Sana.

Gli analisti ritengono che nessuna vasta offensiva militare possa essere lanciata in Siria senza la luce verde della Russia, presente militarmente nella regione e in buona relazione con le milizie Ypg. Il capo dell’esercito turco, il generale Hulusi Akar, e quello dei servizi segreti, Hakan Fridan, sono stati giovedì a Mosca per colloqui. E sabato il ministero della Difesa russo ha annunciato che i militari russi dispiegati nella zona di Afrin sono stati trasferiti altrove, per “impedire eventuali provocazioni” o minacce contro di loro. “Noi non pensiamo che una operazione militare vada nel senso della stabilità regionale, della Siria, della pacificazione dei timori della Turchia per la sicurezza della frontiera”, ha avvertito venerdì un alto responsabile del dipartimento di Stato americano.

I colloqui tra Russia e Usa – E ore dopo l’inizio dell’offensiva Mosca ha fatto sapere che il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha discusso la questione con l’omologo americano, Rex Tillerson. Erdogan ha definito la zona della frontiera irachena, dove l’Ypg ha preso controllo di vaste zone, “corridoio del terrore“. Giorni fa aveva reagito duramente all’annuncio di un piano per costituire una forza di 30mila unità, provenienti in parte dall’Ypg, sotto l’egida Onu per proteggere la frontiera nord della Siria, parlando di “armata del terrore“. Il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, aveva risposto che “la totalità della situazione è stata mal riferita”, ammettendo di “dovere delle spiegazioni alla Turchia”.

Anche la Francia è intervenuta sulla questione: “Questi combattimenti devono essere fermati”, potrebbero “allontanare le forze combattenti curde, che sono al fianco della coalizione antiterrorismo” ha dichiarato la ministra francese della Difesa, Florence Parly. La Francia ha chiesto alla Turchia di mettere fine all’offensiva contro i curdi siriani perché essa potrebbe nuocere alla lotta contro i terroristi dello Stato islamico.

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Germania, socialdemocratici dicono sì alla Grosse Koalition: vince la linea Schulz. Ora i negoziati con l’Unione di Merkel

di F. Q.

Il ritorno alle urne è stato evitato. Nel congresso straordinario convocato a Bonn i socialdemocratici tedeschi dell’Spd hanno votato a favore della Grosse Koalition con l’Unione di Angela Merkel: ora può cominciare la vera trattativa per la squadra dei ministri che formerà il prossimo governo della Germania. A favore della mozione sostenuta dal leader Martin Schulz hanno votato 362 delegati, 279 i contrari. Un voto meno scontato del previsto, perché l’ala dei giovani del partito, i Jusos, si è schierata apertamente contro una riedizione della coalizione con Frau Merkel. Non è bastato il voto per alzata di mano a stabilire una chiara maggioranza, ma nel conteggio individuale ha prevalso alla fine chiaramente la linea dettata da Schulz. Ora la strada che porta al governo è ancora lunga, ma la tappa del congresso Spd era uno dei momenti decisivi in cui il tavolo poteva saltare.

Martin Schulz infatti ci ha messo la faccia e ha chiaramente detto “no all’ipotesi di nuove elezioni“. Il documento uscito dai colloqui esplorativi con Cdu-Csu terminati il 12 gennaio “è un manifesto per una Germania europea“, ha detto il leader Spd a Bonn, invocando un “sì alla solidarietà” e “agli investimenti”. “Lo spirito del neoliberalismo deve finire in Europa e possiamo ottenerlo solo ce ne occupiamo noi, altrimenti non lo fa nessun’altro”, ha aggiunto. “Possiamo spezzare l’ondata di destra formando un governo stabile con un chiaro profilo socialdemocratico”, ha ribadito Schulz. “Sono convinto che la strada coraggiosa sia quella giusta. E penso che non farà male, ma rafforzerà il partito”, ha poi detto chiedendo agli oltre 600 delegati di votare a favore delle trattative di governo. Una Spd che accoglie questa sfida, ha concluso, “non ne uscirà danneggiata, sarà di nuovo votata e potrà di nuovo vincere“.

Il grande timore interno al partito era infatti che la scelta di tornare al governo e di essere percepiti come la stampella di un governo Merkel potesse affossare i consensi, arrivati al minimo storico alle elezioni di settembre scorso. Non a caso era stato lo stesso Schulz dopo il voto a scegliere l’opposizione, salvo poi tornare sui suoi passi dopo il fallimento della coalizione Giamaica. D’altra parte un immediato ritorno alle urne avrebbe probabilmente rafforzato il voto di protesta a favore del partito di ultradestra dell’Afd.

A schierarsi apertamente contro una riedizione della Grosse Koalition è stato il leader dei giovani socialdemocratici. “Questo loop deve essere interrotto”, ha dichiarato Kevin Kuehnert, capo dei Jusos e romotore della campagna No-GroKO. “Qualsiasi sia la decisione finale, oggi non sarà la fine del mondo, né la fine dell’Spd. Ma potrebbe essere l’inizio di una nuova storia. Votate no”, è stato il suo appello. “Non guardiamo solo il rischio, che c’è un questa situazione – ha aggiunto – Ma cogliamo la chance di questa decisione”.

Prossimo ostacolo il referendum – Incassato il successo, seppure risicato, Schulz deve mostrare il pugno duro e  ha avvertito la cancelliera Merkel che “i negoziati di coalizione saranno difficili tanto quanto quelli esplorativi”. E l’Spd ha già detto chiaramente che il partito punta al ministero delle Finanze, lasciato libero da Wolfgang Schaeuble. Merkel ha già detto di voler chiudere i negoziati entro il 12 febbraio, ma Schulz deve riuscire in queste settimane a ottenere qualcosa di più. Al termine delle trattative infatti ci sarà ancora un ostacolo: il voto degli iscritti, circa 440mila persone, che verrebbero consultate con una lunga procedura di almeno tre settimane.

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Militari italiani in Niger, accomodatevi: nel Sahel c’è posto per tutti

di Mauro Armanino

Ci vuole davvero un bel coraggio. Chiamate missioni militari di pace gli avamposti delle conquiste neoliberali cammuffate da buon samaritano. Arriviamo a quota 35 con le due ultime partorite dalla diplomazia di sabbia del nostro Paese. Nel Sahel c’è posto per tutti. Controllori di frontiere, migranti, risorse, capitali e soprattutto traffici, di armi, cocaina, terroristi, attivisti e transumanti. Immaginiamo per un attimo che l’Assemblea Nazionale del Niger avesse discusso se inviare o meno una missione militare in Italia. Concepita per controllare il territorio e i traffici di migranti per le raccolte di pomodori e carciofi nelle campagne pugliesi. Una missione di pace nigerina in Italia, con qualche centinaio di militari per addestrare la guardia di finanza e incoraggiare i sindacati. Pensiamo solo per un momento alle colorite reazioni nell’italica penisola. Fantapolitica non diversa o peggiore di quella chiamata ‘reale’ nel Sahel. Una vera di-missione.

La deriva italiana non è cominciata in questi giorni di polvere. Si è andata delinenando nello spazio e nel tempo dell’Africa coloniale, si è rafforzata nell’onda lunga fascista e si è infine imposta come narrazione unica col regime neoliberista. Poche le resistenze, minate alla base dalla miopia politica e dai reiterati tradimenti dei valori costituzionali. Una repubblica che si fonda sul lavoro come fonte di dignità per tutti si ritrova insabbiata in di-missioni militari armate di pace. Sono esse che hanno contribuito a fare della Repubblica, che ripudia la guerra come empia, una fabbrica di armi all’ingrosso e delle spese militari il prezzo da pagare al dio sconosciuto. Tra non molto sventolerà la bandiera tricolore delle armate in questo paese assediato dalla polvere della dignità. La bandiera dell’ambasciata e quella dei militari che esprimono, come in uno specchio, la verità taciuta. Siamo qui per arraffare la nostra parte di bottino rapinato ai poveri.

Siamo lontani. I morti sono lontani. Sono morti di periferia. E’ accaduto mercoledì 17 gennaio scorso all’imbrunire. Secondo l’agenzia la Voce dell’America, ci sono stati almeno 18 militari uccisi e un civile. Erano alla frontiera col Ciad e la Nigeria. Morti poco importanti come tutti i poveri, che al massimo vengono usati per arricchirsi. Grazie a loro vivono gli umanitari e tra questi i militari umanitari delle missioni. Non è mai accaduto che dalla guerra scaturisca una pace durevole. Perché, in fondo, ciò che si cerca non è la giustizia, che sola genera la pace, ma sono solo i propri interessi e neppure tanto mascherati. Stamane c’era una foto su uno dei quotidiani di Niamey. In prima pagina si legge ‘alpini paracadutisti’, con una baionetta che spunta tanto per ricordare l’essenziale. Le missioni militari sono dei militari in missione. La gente lo sa e per questo tace. Non applaude, non sorride, non acclama, non approva, non dice, non è d’accordo. Siamo degli invasori pagati per esserlo in cambio di soldi. La di-missione dell’etica si realizza.

L’Assemblea Nazionale nigerina non ha discusso o approvato la missione italiana. E’stata una scelta illegale di un governo senza legittimità. Andrà a finire come sempre. Peggioreranno le cose e nel frattempo ci saranno aiuti per eliminare i poveri più che la povertà. Quest’ultima sarà garantita e perpetuata come le frontiere delle quali nessuno si era mai occupato fino a poco fa. Sono diventate di una importanza capitale, tanto che tutti le rincorrono e, come i mirage (stazionati a Niamey), non si raggiungono mai. Fondi fiduciari in un Sahel dove, ormai da tempo la fiducia è scomparsa con la polvere e la sabbia delle agenzie onusiane e le famigerate ong di pietosa memoria. Siamo una forza militare non desiderata. E’ questa la pura e semplice realtà del posto e della gente. Le altre sono inutili chiacchiere di geopolitici imprenditori da strapazzo. Che dovremmo cercare in questa zona del Sahel? I nostri tornaconti sono i conti che per i poveri non tornano e non torneranno mai. Perché ai nigerini dovrebbe interessare che l’Africa è diventata una priorità per gli interessi italiani? Le Camere italiane da tempo dimesse non potevano che generare una di-missione senza gloria nel Sahel.

Niamey, gennaio 2018

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Siria, Erdogan bombarda Afrin. La resistenza dei curdi ci riguarda e va sostenuta

di Fabio Marcelli

Ancora una volta si svolgono massacri dei curdi nell’indifferenza e nel silenzio generale. Erdogan ha scatenato un attacco contro il cantone curdo di Afrin, provocando in poche ore con i bombardamenti dei suoi F-16 (un regalo di Usa e Nato) centinaia di vittime, in buona parte civili. Nuovi crimini di guerra e contro l’umanità, una nuova aggressione in palese violazione dell’art. 2 comma 4 della Carta delle Nazioni Unite che afferma chiaramente quanto segue: “4. I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite”. Erdogan ha scelto la carta dell’aggressione militare aperta dopo aver violato anche gli accordi presi ad Astan con Russia, Siria ed Iran per eliminare i gruppi jihadisti di Al Nusra dalla zona di Idlib.

Il nuovo attacco turco costituisce un uso della forza vietato dal diritto internazionale che è diretto contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica della Siria, di cui i curdi fanno parte integrante, come hanno ripetutamente affermato. Come dichiarato dalla comandante delle milizie femminili curde YPJ, l’attacco di Erdogan è contro tutto il popolo siriano. Erdogan attenta alla democrazia, alla vita e all’autodeterminazione dei curdi e delle altre etnie presenti nel Nord della Siria, le quali, dando vita ad un autogoverno democratico basato sul principio della pari rappresentanza dei generi e della coesistenza e della cooperazione fra tutti i popoli della Siria e del Medio Oriente, vanno oggi controcorrente rispetto a una realtà triste ed abominevole che potenti grandi e piccoli vorrebbero sempre più informata dai principi della violenza brutale, della sopraffazione e della soppressione di ogni voce alternativa a quelle dominanti.

Ma i curdi e gli altri popoli che compongono il mosaico multietnico della Rojava non sono deboli. Sconfiggendo l’Isis hanno dimostrato come la lotta del popolo, mediante le sue avanguardie armate e organizzate, è più forte di ogni complotto. Essere a fianco dei curdi in modo militante è oggi vitale per chiunque non si rassegni a un futuro di guerra e di oppressione, non solo in Siria, non solo in Medio Oriente. I curdi e gli altri popoli organizzati democraticamente insieme a loro fanno paura ai profeti della purezza etnica e ai promotori del tradizionale ordine gerarchico, basato che sia sul patriarcato, sull’ordine neoliberista delle multinazionali, o su regimi di tipo fascista come quello di Erdogan.

Quest’ultimo ha dimostrato ancora una volta la sua strutturale incapacità di dialogare e fare politica e sa solo usare le armi potenti ottenute grazie alla Nato e agli Stati Uniti per uccidere, così come sta reprimendo selvaggiamente ogni voce democratica in Turchia, con l’arresto di centinaia di avvocati, di magistrati, di docenti universitari, di giornalisti, di sindacalisti. Erdogan si fa forte dell’appoggio dell’Occidente che al di là di qualche chiacchiericcio di circostanza è schierato nella sostanza a sostegno del suo regime che anzi utilizza per controllare gli esodi di migranti e rifugiati. Dopo aver per anni foraggiato l’Isis (creatura anche questa dell’Occidente, compreso Israele, come confermato anche dalle rivelazioni di Snowden), Erdogan tenta di mettere in piedi nuovi eserciti di mercenari per reprimere le aspirazioni dei popoli della zona, a cominciare dallo stesso popolo turco.

Il mondo non può restare indifferente di fronte a tanti crimini. Il 15 e 16 marzo a Parigi si svolgerà una sessione del tribunale internazionale permanente creato per indagare e giudicare le numerose violazioni del diritto internazionale di cui il governo di Erdogan si è reso colpevole nei confronti dei curdi e che continuano ancora in questi giorni con l’attacco ad Afrin e gli altri che probabilmente seguiranno. Sarà un’occasione per mettere ancora una volta la comunità internazionale di fronte alle sue responsabilità, finora sempre disattese.

Che fa il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite? Che fa l’Unione europea? Che fanno Russia e Cina? Perché il governo siriano non difende il territorio del Paese dall’aggressione turca? La causa internazionale della pace, sempre più in pericolo nel mondo a causa delle politiche dissennate di Trump e di governi come quello turco, impone una presa di posizione immediata e non reticente per mettere fine ai massacri e dare finalmente la possibilità ai popoli, primo fra tutti quello curdo da sempre perseguitato ed oppresso, di costruire il proprio futuro sulla base dell’autogoverno democratico che può e deve fiorire nell’ambito delle frontiere internazionalmente riconosciute, non per creare nuovi muri e nuovi conflitti ma per dare vita a coesistenza e cooperazione basate sul mutuo rispetto.

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Germania, nell'Spd passa la linea di Schulz: si alla grande coalizione con la Merkel

Germania, nell'Spd passa la linea di Schulz: si alla grande coalizione con la MerkelBERLINO. Il congresso dei socialdemocratici tedeschi dell'Spd riunito a Bonn ha votato a favore della grande coalizione con l'Unione di Angela Merkel per il governo in Germania. Per la mozione sostenuta...
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