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Ieri — 26 Maggio 2019RSS feeds

Amici 2019, con il messinese Alberto Urso la lirica è giovane: «Ma adesso non mi ferma più nessuno»

ROMA - «E' strano vedere paletti in tv, non dovrebbero essercene». Maria De Filippi ha chiuso in bellezza la diciottesima edizione della madre di tutti i talent, Amici su Canale 5 (4 milioni 804 mila spettatori e il 27% di share), e dopo essersi detta soddisfatta di un’edizione ricca di talenti come

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Università di Milano, Jovanotti prof per un giorno: "Paese che non investe sui giovani"

Università di Milano, Jovanotti prof per un giorno: "Paese che non investe sui giovani"" Io non ho fatto l'università ma avrei voluto tanto farla però poi sono salito sul treno del lavoro, mi è arrivata l'occasione a 18 anni di dedicare l'intera mia giornata ad una grande passione. Quindi...

Jovanotti, il vero problema per la montagna non sono i decibel. Ma il ‘distrut-turismo’

di Paolo Martini

Ora che anche scrittori del calibro di Paolo Cognetti e Mauro Corona hanno preso posizione in favore di Reinhold Messner sull’appello del Grande Alpinista per evitare che nella prossima tournée estiva Jovanotti proponga anche una data anche in cima a Plan de Corones, e ora che il Cherubini Lorenzo ha promesso che in tutto il suo “Jova beach party” ci saranno solo concerti ecologici, verrebbe voglia di andare un po’ oltre la consueta dose d’ipocrisia superficiale delle polemiche. Il teatro della contesa è sì, in qualche modo, “anche” una montagna, e quindi in teoria, per definizione, un luogo del silenzio, come ha ricordato Messner: ma parliamo pur sempre di un panettone noto come tra i più moderni comprensori sciistici del mondo, che s’affaccia proprio sopra l’area industriale di Bressanone, dove d’estate sono stati già organizzati altri rumorosi “eventi” (detto con la seconda e molto aperta, come la terza di “esperienza”).

Forse un tempo a Plan de Corones c’era qualche albero in più, forse le vacche e le pecore ci vivevano felici, ma oggi è un territorio totalmente conquistato, per non dire devastato, sopra e sotto, da 32 impianti di risalita con una portata oraria potenziale di oltre 70mila persone, 120 km di piste da discesa e un sistema d’innevamento artificiale con una rete di oltre 450 ettari di canalizzazioni, quasi 400 cannoni sparaneve, 30 “gatti” che spianano, svariati bacini artificiali e serbatoi di stoccaggio dell’acqua: il tutto gestito e controllato da un sistema elettronico degno di una centrale nucleare. E pochi passi sotto la torre di 21 metri con la maxi-campana della Concordia, simbolo del Plan de Corones (18 tonnellate e un batacchio di 500 kg che suona in do diesis), dal luglio del 2015 la ciliegina sulla torta è quello che si può considerare il gioiello della piccola catena di musei della montagna, che Messner ha ammirevolmente allestito nella sua nuova vita di testimone culturale d’eccellenza. Da fuori, del Mountain Museum Corones opera dell’archistar Zaha Hadid, si vedono spuntare solo due grandi finestre panoramiche e poco più, ma la colata di cemento armato sotto deve essere stata gigantesca.

Tra parentesi, è notevolissima la collezione d’arte e di cimeli che Messner ha scelto per l’Mmm Corones: oggi vale la pena di ricordare almeno la sala più divertente, tutta dedicata alle contraddizioni dei suoi grandi miti alpinistici. Si va dal guru millenario Milarepa, talmente poco in pace con se stesso e col mondo da tirar sassi ai disturbatori delle sue ascetiche meditazioni sui monti, al profeta dell’arrampicata libera, senza corda e senza chiodi, Paul Preuss, di cui è visibile una piccozzetta dove una delle punte è a martello (ossia è fatta proprio per piantare i chiodi i cui passare la corda!). Sulla scalata artificiale e la deturpazione delle zone più selvagge, pur di riuscire nelle imprese alpinistiche, finiscono sotto accusa Emilio Comici, di cui è in mostra uno scalpello, e ovviamente Cesare Maestri, che si portò addirittura un compressore sul Cerro Torre, per piantare gli ancoraggi e le sicure a spit. Di Walter Bonatti viene additata la disinvoltura con cui mise al servizio di congrui contratti pubblicitari il suo “alpinismo eroico”.

Alla fine del breve elenco di nomi, il curatore aggiunge il suo stesso, Reinhold Messner, con l’autoironico commento: “apparentemente immune dalle cadute”. Già. In uno dei suoi libri più profondi, 13 specchi della mia anima del 1995, Messner aveva fatto autocritica persino sull’effetto distrut-turistico del suo record più straordinario: “Mi sento corresponsabile se anche sull’Himalaya si perde il sublime e il silenzio. La moltiplicazione delle esperienze riduce il contenuto, l’esplorazione dell’estremo viene tradita e stravolta nel suo contrario”.

Ecco, il problema della riscoperta dei valori autentici della montagna è molto complesso, e riguarda decisamente di più l’industria dello sci e il business del turismo estremo che i concerti in quota. Anzi, questa data singolare del “Jova Beach Tour”, in quanto ben strano spettacolo on the beach sul Plan (ovvero proprio perché un panettone al centro delle Dolomiti, nella sua aridità desertica estiva, oggi può essere occupato per un rito pop-rock da spiaggia), potrebbe servire un po’ a far prendere coscienza, paradossalmente, del problema dell’impatto ambientale dello sci cosiddetto “programmato” o “tecnico”, nell’epoca del riscaldamento globale: non sono in questione i decibel del Jova sparati contro il silenzio che fu delle cime, ma le montagne d’acqua e di risorse che vengono sprecate, con un rumore di sottofondo che dura più di cento giorni l’anno, per sparare neve e garantire la settimana bianca a quell’1-2% di privilegiati che hanno i soldi per sciare.

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Plan de Corones è già pieno di schifezze, perché scandalizzarsi per un concertino?

di Sergio Noto

Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, abituato troppo bene da certe trasmissioni televisive, evidentemente, pensa di poter dire tutto e il contrario di tutto, purché sia politically correct. Così per difendere l’idea del suo concerto ai 2275 metri di Plan de Corones, e replicare all’invito di Reinhold Messner di lasciar perdere, pensava di chiudere la questione, sostenendo che è bello «sentirsi invasi da gente allegra che non ha nessuna intenzione di violare nessun tempio naturale ma casomai di celebrarlo, suona semplicemente, ahimè, elitario, e siamo alle solite, e a me le solite non piacciono, i club esclusivi non fanno per me». Ma per fortuna il mondo non è solo Che tempo che fa o Facebook, e quindi certe fumosità – pur di poter realizzare un concerto pseudo-rock a 2200 metri di altezza tra le Alpi e le Dolomiti «ma rispettando l’ambiente» – non passeranno alla storia e magari non convinceranno tutti quanti.

A me pare che non sia necessario aver scalato in stile alpino tutti gli Ottomila del mondo per capire che certi luoghi, per natura scomodi, andrebbero lasciati fuori dalle tappe di una tournée. Invece, guarda caso, sono pervicacemente ricercati temo per il gusto kitsch, di fare cassetta, non con la qualità della musica, ma con l’ambientazione in posti atipici e proibiti. Come capitava a ben vedere già al tempo dei conquistadores e delle giubbe blu, segno dell’antica presunzione occidentale di assoluta mancanza di rispetto per i luoghi sacri altrui. Ma lasciando stare ogni sacralità, che oggi si fatica a spiegare, non è nemmeno necessario aver familiarità con corde, piccozza e ramponi per capire che certe cose non si fanno e non si dicono. Se non altro per una questione di buon gusto. E la discussione potrebbe chiudersi qui, se invece non ci fosse dell’altro, molto più inquietante della pretesa un po’ volgare di Jovanotti di trasformare le montagne in Disneyland.

Ad esempio bisognerà pur dire che Plan de Corones, il luogo prescelto dagli organizzatori per il concerto di Jovanotti, di per sé, dal punto di vista ambientale, cioè da quello del rispetto per la montagna, è già una di quelle schifezze inguardabili, con una serie di edifici più simili a un’astronave che a un rifugio di alta montagna, con scale mobili, negozi e cemento a profusione, rese possibili non so bene da che cosa, forse semplicemente da uno sconsiderato uso dell’autonomia locale praticato dal Sudtiroler Volkspartei. Da anni, infatti, su quel panettone a scavalco tra le valli Badia e Pusteria sono stati effettuati interventi che hanno radicalmente trasformato la cima del colle in una specie di shopping center, sul quale affluiscono ogni ora migliaia e migliaia di «sciatori», i quali poi – ebbri di tanti agi e opportunità consumistiche – si riversano in massa su piste che dovrebbero portare solo a valle, ma che, date le premesse, in realtà conducono spesso ai Pronto Soccorso circumvicini, dato l’affollamento e l’assenza di cultura della montagna dei praticanti. A fianco, fortunatamente con altro impatto e maggiore discrezione, nel medesimo luogo è stato costruito anche uno dei numerosi Musei della Montagna voluti da Reinhold Messner, uno spazio realizzato con finalità certamente opposte rispetto all’astronave e certamente nobili, che tuttavia è andato a incrementare le cubature edificate in cima al povero Plan.

Così una volta accertato che a vario titolo, dallo shopping center, ai ristoranti, alle discoteche chiassose, ai negozi e ai musei tutto può fare brodo sulla cima di una montagna purché porti denari e consenso alla politica locale, perché scandalizzarsi adesso per un concertino di Jovanotti, che per di più garantisce per iscritto su FB sulle sue virtù ambientali e sul rispetto del posto? Ora che da tempo il latte del saccheggio della montagna e dell’ambiente è stato versato in tante valli alpine e dolomitiche, per finalità pseudo turistiche, perché turbarsi se anche un signore in cerca di pubblico vuole portare il suo spettacolo sulla sommità di una montagna a 2200 metri e oltre? Date le premesse non è certamente il concerto di Jovanotti l’oggetto più fuori posto a quelle quote. Tutto è da tempo, anche sulle vette inviolate, solo una questione di soldi, meglio di far soldi, non importa a danno di chi, dell’ambiente, della cultura, della montagna o di che altro. È evidente che di nuovo siamo di fronte alla solita storia di lacrime di coccodrillo, lamentele timide e tardive, spesso più inutili dei fatti che si vorrebbero stigmatizzare.

Lo sfruttamento per finalità (ripeto) pseudo turistiche, ma in realtà puramente affaristiche, del patrimonio naturale delle Alpi, delle Dolomiti e degli Appennini, realizzato spesso all’ombra di una malintesa e spregiudicata autonomia locale, è un problema serio, che andrebbe considerato più attentamente, ben prima se possibile che ci sia una qualche Greta italiana e svegliare le nostre coscienze.

Infine, già che ci siamo, qualcosa ci sarebbe da dire sulla musica, uno dei capitoli più dolorosi della trascuratezza culturale di questo paese. E potremmo riflettere sul ruolo svolto da un Ministero, che forse si occuperà di preservare il patrimonio artistico italiano, ma per quanto riguarda quello musicale fa ben poco o nulla, certamente non aiutando gli italiani a distinguere musica e musica. Al di là di qualche balzana proposta, infatti, manca completamente ogni attenzione, e se possibile ogni investimento, per elevare il livello della cultura musicale degli italiani, in particolar modo dei più giovani. Se i nostri ragazzi infatti potessero studiare, conoscere e praticare la musica, capirebbero che al di là di ogni separazione fittizia tra modelli musicali, c’è un’unica linea che dovrebbe separare le nostre scelte in campo musicale, quella cioè che divide la buona musica dalla cattiva musica. Proprio questa cultura, tra le altre positive conseguenze, certamente ci porterebbe a evitare sul nascere baracconi irrispettosi, quale quello che si vuole preparare a Plan de Corones.

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Caro Jovanotti, Messner ha ragione: il concerto in alta montagna non s’ha da fare

di Elisabetta Ambrosi

Lo ha detto in maniera semplice e ferma: il concerto che Jovanotti ha deciso di fare, nell’ambito dei suoi “Jovanotti beach party”, a 2275 metri di altezza in Alto Adige andrebbe fermato e fatto altrove. Lui è l’alpinista e ambientalista Reinhold Messner. E il motivo è chiaro: la montagna viene snaturata, il concerto porta “inquinamento acustico e una presenza invadente”. Soprattutto, “non è necessario”. Jovanotti, che ha incassato il curioso sì del Wwf, ha risposto a Messner con un lungo post su Facebook, dove ha scritto che il suo concerto è serio e realizzato con criteri ambientali, che si farà una cosa “bellissima e unica”, “nuova e antichissima insieme”. Si tratta di realizzare, continua il cantautore, “non solo grandi giornate di goduria collettiva, ma anche grandi aperture verso panorami di economia circolare, di comportamenti ecosostenibili e di equilibrio umanità/pianeta”. Poi Jovanotti ha di fatto attaccato Messner, parlando di elitarismo della sua posizione e contrapponendo “il battito dei piedi che ballano sulla terra nuda stimolati a una giusta potenza di watt” a chi preferisce “il silenzio delle grandi altitudini in solitaria”.

Ora, è comprensibile che Jovanotti, di cui comunque non mi è chiaro perché voglia organizzare un beach party in montagna, cerchi di difendersi. A mio avviso, però, non solo lo fa in maniera confusa (cosa vuol dire esattamente “panorami di economia circolare, di comportamenti ecosostenibili e di equilibrio umanità/pianeta”?) ma anche sbagliata, perché la retorica che oppone chi difende l’intoccabilità delle montagne bollandolo come elitarista e chi invece, con un’immagine bucolica, vuole godere delle montagne ballando sulla terra nuda e celebrandone la bellezza, oggi suona davvero insensata. Si possono fare le cose meglio, in maniera più corretta, più ecosostenibile; ma il punto è che, come ha ricordato lo scrittore Paolo Cognetti, 20mila persone sul Plan De Corones avrebbero comunque un impatto devastante, e non cambia le cose il fatto che non usino posate di plastica o che ci sia un’app ecologica per i partecipanti. Un concerto con una tale mole di presenti in un sito così delicato non può non avere conseguenze in termini di devastazione, sia pure relativa, dell’ambiente, perché un concerto è un evento invasivo e non andrebbe fatto in luoghi fragili e da proteggere.

Non si tratta di avere una posizione immobilista e conservatrice (come, forse, quella di Mauro Corona, che interviene oggi proprio su Il Fatto Quotidiano). Il tema vero è un altro, e cioè che un evento di quel tipo fatto in un ambiente di quel tipo oggi è del tutto antistorico. Diciamolo meglio. Un mega concerto in quota senza precauzioni ecologiche sarebbe stato accettabile negli anni Ottanta e primi anni Novanta. Un mega concerto in quota, con precauzioni ecologiche, avrebbe potuto funzionare tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Ma oggi siamo in un momento storico completamente diverso. Oggi siamo nel mezzo di una presa di consapevolezza radicale e drammatica – lo racconta anche la magnifica nuova docu-serie Netflix Il nostro pianeta, con la voce del “Piero Angela” inglese David Attenborough – del fatto che la Natura si sta definitivamente consumando, distrutta dal cambiamento climatico, dalla scelleratezza dei nostri comportamenti individuali e pubblici, da un modello economico che mette il consumo – anche culturale e musicale, sempre di consumo si tratta – ancora al primo posto quando non ci sono più le risorse perché questo consumo possa essere appagato.

Detto in altre parole, in questo momento storico, con il movimento dei #Fridaysforfuture che sfila nelle piazze – movimento che Jovanotti dovrebbe ascoltare, perché il pubblico giovane è sempre stato il suo pubblico, anche se oggi di fronte a loro appare spaventosamente vecchio – l’atteggiamento verso l’ambiente sta portando a una svolta radicale. E questa svolta assegna all’ambiente un carattere di Bene assoluto, qualcosa da proteggere in maniera totale, sacrale, senza alcuna ideologia ma perché semplicemente senza di esso noi non possiamo più vivere. E dunque tutto ciò che impatta su un habitat delicato va evitato, perché appunto, assolutamente non necessario.

Questo non significa che non dobbiamo usare e anche celebrare soluzioni tecnologiche che ci consentano di usufruire dell’ambiente senza distruggerlo. Però è un discorso che vale quando si tratta di cose necessarie: elettricità, trasporto e così via. Onestamente, un mega concerto non è necessario. Soprattutto quando si può fare, appunto, altrimenti. Ma una spiaggia non è egualmente fragile? Può darsi, certo. Esistono infatti altri luoghi ancora. Ad esempio gli stadi, o altri posti più adatti. Se Jovanotti tiene davvero all’ambiente, se ha un “cuore” come oggi celebra Repubblica, rinunci all’atmosfera mistica delle montagne rispettandole, senza violarle. È molto più contemporaneo questo atteggiamento dell’idea ormai veramente antica che lo spettacolo debba andare avanti a tutti costi. Quelli ambientali compresi.

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Paura per Jovanotti, la suocera in gravi condizioni dopo essere caduta da un muretto

Paura per Jovanotti, la suocera in gravi condizioni dopo essere caduta da un murettoPaura per la famiglia di Jovanotti dopo che la suocera, Lorenza Valiani di 73 anni, è caduta da un muretto riportando diverse fratture e perdendo i sensi . La donna si trovava nell'Aretino. Trasportata...
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