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Festival di Cannes, Palma d'Oro al sudcoreano Bong Joon Ho. Banderas miglior attore

Bong Joon HoÈ il sudcoreano Bong Joon Ho il vincitore del 72mo Festival di Cannes : il suo film, "Parasite", ha conquistato la Palma d’Oro assegnata all’unanimità dalla Giuria presieduta dal regista messicano...

Film in uscita, da Una vita violenta ad Aladin e poi Il Traditore e Takara: cosa ci è piaciuto e cosa decisamente no

di Anna Maria Pasetti e Davide Turrini

UNA VITA VIOLENTA di Thierry De Peretti. Con Jean Michelangeli, Cedric Appietto, Delia Sepulcre-Nativi. Francia 2017. Durata: 106’ Voto: 4/5 (DT)

Parigi 2001. Nonostante le minacce di morte, il giovane studente politicizzato Stephane decide di tornare sull’isola natia della Corsica per partecipare ai funerali dell’amico fraterno e compagno d’armi ucciso in un regolamento di conti tra autonomisti e indipendentisti corsi. Scelta personale che dà il via con un balzo nel passato di una quindicina d’anni (escalation: crimine, carcere, lotta armata) al racconto storico e collettivo sugli ultimi trent’anni di rivolta e caos sull’isola “francese”.

Film potente e politico come non se ne vedevano da tempo. Panoramiche a 360 gradi e piani sequenza si alternano a inquadrature fisse riempite perlopiù di brulicanti e spesso indistinguibili gruppi di rivoltosi e relative famiglie a fare da struttura formale. Poi De Peretti agendo sulla biografia di un reale indipendentista tesse trama e ordito del racconto tra senso di comunità e intensità delle memoria, mostrando sì conseguenze violente e crude rispetto ad una scelta politica radicale, ma anche un senso di intonsa purezza ideologica anticoloniale che tange gli anni novanta, quindi i giorni nostri, come uno schizzo di autentica rivoluzione ottocentesca. Tra citazioni di Franz Fanon, attentati agli uffici pubblici francesi, proclami notturni filmati di autonomisti incappucciati, appalti da non concedere a “stranieri”, Una vita violenta sembra un Noi credevamo finito dentro alla giungla del Cuore di tenebra di Conrad. Pochi soldi di budget e pochissimo sangue in dettaglio, ma tensione emotiva altissima. Carrellata finale in strada con voce fuori campo da brividi.

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L'attrice catanese Annamaria Spina nel cast de "Il Traditore": «Un'esperienza unica»

CATANIA - C'è un'attesa virale, specie in Sicilia, per l'uscita del film "Il traditore" per la regia di Marco Bellocchio, lungometraggio che racconta il Maxi Processo mettendo ovviamente in risalto la figura di Tommaso Buscetta (interpretato da Pier Francesco Favino), la cui famiglia fu sterminata d

Taormina Film Fest: Nicole Kidman ospite d'onore e Rocío Muñoz Morales sarà la madrina

CANNES - Sarà una lunga maratona dal 29 giugno al 6 luglio: prima la 73/a edizione dei Nastri D’Argento e poi, a seguire, il 65° Taormina Film Fest che si terrà dal 30 giugno fino al 6 luglio. A presentare questo doppio appuntamento estivo oggi a Cannes Mario Bolognari, sindaco di Taormina, e Pietro

Nicole Kidman ospite d'onore al Taormina Film Fest

Nicole KidmanSarà una lunga maratona dal 29 giugno al 6 luglio: prima la 73/a edizione dei Nastri D’Argento e poi, a seguire, il 65/o Taormina Film Fest che si terrà dal 30 giugno fino al 6 luglio . A presentare...

Quando eravamo fratelli, groviglio emotivo realistico pulsante e terribilmente magnetico per lo spettatore

di Davide Turrini

Gli americani lo definirebbero un film con un’atmosfera da “poor-but-happy-family”. In Italia faremmo fatica ad uscire dal generico “dramma familiare”. Quando eravamo fratelli, in originale We the animals, è semmai un groviglio emotivo realistico e pulsante di un corpo/famiglia continuamente scomposto e ricomposto nella trama, ma terribilmente magnetico per lo spettatore.

Tre i fratellini attorno ai dieci anni di mamma bianca italiana e padre portoricano che vivono nella provincia estrema dello stato di New York. Manny, Joel, Jonah sono inseparabili e sembrano comporre, appunto, un corpo unico. Visivamente avvinghiati in oggettive dall’alto sul lettone in cui dormono, insieme continuamente per ogni scorribanda in mezzo al bosco tra abitazioni diroccate o tra le mura di casa spesso roventi dove “ma” e “paps” litigano in continuazione con duri episodi di violenza, il trio esplora curiosamente lo spazio naturale circostante in un selvaggio passaggio tra pubertà e adolescenza. Dicevamo di questo puzzle familiare minimo che si sfalda drasticamente e si riappacifica ciclicamente. Famigliola non proprio abbiente, quell’appena sopra la soglia di povertà, scompiglio e caos casalingo, che porta il terzetto a peregrinare a zonzo, sfiorando la coeva povertà dei bianchi (un vecchio gentile e il nipote adolescente ossessionato da vecchie vhs con scene pornografiche in tv da 144). Manny e Joel sono vicini a papà. Anzi quando Paps va via di casa dopo l’ennesima lite con Ma, Manny ne indossa perfino la simbolica collana del comando. Jonah, invece, è vicino e parteggia per mamma. Ma soprattutto con i suoi quaderni zeppi di disegni che compone di notte sotto al letto, con una pila puntata per fare luce, sublima i traumi, le fratture, i dolori familiari con una rappresentazione grafica che diventa animata e dà spessore all’originalità espressiva del racconto.

Opera prima di Jeremiah Zagar e tratto dal romanzo autobiografico di Justin Torres (datato 2011), Quando eravamo fratelli vive di felici e compositi slanci di regia che sembrano disegnati sulle traiettorie sinuose e improvvise di Terrence Malick, macchina da presa a mano tutto il tempo che avanza, traballa, ondeggia, scorge stralci sfuggenti di una quotidianità rurale e sudata, granulosa e sentimentale, violenta e cruda. Dentro alle pieghe del racconto, negli occhi chiari e luminosi di Jonah, e poi di Manny e Joel, si rispecchia infine la fragilità del tentennamento genitoriale. Quella mamma che continuamente intima al figlioletto “Promettimi che avrai sempre nove anni”, o che per l’andirivieni del padre afferma “Dovete dirmi voi cosa fare”, è una pugnalata mortale per chi sa cosa significhi la mancanza di un nucleo familiare solido e felice. In sala grazie ad I wonder dal 16 maggio.

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