Buatta, contenitore di news

* INFO COOKIES - GDPR *

❌ Informazioni
Sono disponibili nuovi articoli, clicca qui per caricarli.
Oggi — 27 Maggio 2019RSS feeds

Christopher Nolan, 'Tenet' è il nuovo film: una storia epica di spionaggio internazionale

Nel cast del lungometraggio in arrivo nel 2020 John David Washington, Aaron Taylor-Johnson e Kenneth Branagh insieme a Clémence Poésy Dimple Kapadia, Michael Caine, Elizabeth Debicki e Robert Pattinson

Ieri — 26 Maggio 2019RSS feeds

Libri, Taobuk scalda i motori e taglia il nastro con Javier Cercas

Taormina (Messina) - Sarà il desiderio, nelle sue tante sfaccettature, il tema della nona edizione di Taobuk - Taormina International Book Festival, il grande evento ideato e diretto da Antonella Ferrara che dal 21 al 25 giugno, per cinque giorni riempirà di parole, fascinazioni e ricordi i più bei

Meno recentiRSS feeds

Festival di Cannes, da Pedro Almodovar a Quentin Tarantino e Marco Bellocchio: ecco chi potrebbe vincere la Palma D’Oro

di Anna Maria Pasetti

Un concorso ricco e di qualità quello della 72ma Cannes, fra i migliori degli ultimi anni al punto da immaginare che il festival diretto da Thierry Fremaux possa “tenere” il passo della Mostra veneziana che, nelle recenti edizioni, gli ha dato parecchio filo da torcere, accaparrandosi i maggiori premi Oscar, gli americani più appetibili e soprattutto i prodotti Netflix. Pur senza l’appoggio del gigante delle piattaforme streaming, la kermesse francese è riuscita a raccogliere il meglio del cinema contemporaneo disponibile, riservando anche alcune sorprese. Fra queste la più applaudita da critica e pubblico arriva dal Sud Corea e si intitola Parasite: diretta da Bong Joon Ho è una commedia drammatica sulla famiglia con tratti esilaranti e momenti splatter che incarna e mescola i generi con sapienza, offrendo un importante riflessione di attualità sociale. Il film si è guadagnato il punteggio più alto della nota classifica di Screen International, con una media di ben 3,5.

L’opera asiatica potrebbe a buon titolo portarsi a casa un premio pesante nella cerimonia di attribuzione della Palma d’oro che avverrà stasera. Appena sotto, con 3,3 sono appaiati due fra i favoriti nel palmares: il magnifico Dolor y Gloria di Pedro Almodovar, che per diversi motivi resta comunque il più accreditato alla Palma d’oro, e Portrait de la jeune fille en feu della francese Céline Sciamma, che tra le cineaste donne ha portato il film più convincente (dovesse quindi esserci un premio “volutamente” al femminile, lei può vantare la pole position). Ottimo anche il livello di alcuni dei grandi maestri in gara: da Terrence Malick (A Hidden Life) che potrebbe ammaliare il presidente di giuria Inarritu a Quentin Tarantino col suo omaggio cinefilo alla Hollywood decadente, da Ken Loach (Sorry We Missed You) al palestinese Elia Suleiman, capace col suo pungente e comico It Must Be Heaven di fare dell’alta critica antropologica e politica con la consueta ironia. Ed ancora il francese Arnaud Desplechin con l’ottimo polar Roubaix, une lumieree – non per ultimo – il nostro Marco Bellocchio  il cui Traditore si è guadagnato la buona media di 2,6.

Oltre a Bong Joon Ho, tra le piacevoli scoperte del concorso – che potrebbero meritarsi premi di prestigio – non vanno dimenticati il rumeno Corneliu Poromboiu (La Gomera), il dinamico cinese Diao Yinan (The Wild Goose Lake), i brasiliani Kleber Menonca Filho e Juiano Dornelles (Bacurau) e l’esordiente francese Ladj Lycon l’esemplare “banlieu movie” Les Misérables. Per noi, ma anche per la griglia critica di Screen International, il meno gradito al concorso cannense è il discutibile Mektoub, my love: intermezzo di Abdellatif Kechiche, che ricordiamo trionfatore a Cannes con La vita di Adele nel 2013. A titolo di cronaca si è nel frattempo concluso il concorso di Un Certain Regard in cui a trionfare è stato il brasiliano Karim Ainouz con A vida invisivel de Euridice Gusmao. Nessun riconoscimento, purtroppo, per l’italiano Lorenzo Mattotti e il suo bellissimo La famosa invasione degli orsi in Sicilia. 

L'articolo Festival di Cannes, da Pedro Almodovar a Quentin Tarantino e Marco Bellocchio: ecco chi potrebbe vincere la Palma D’Oro proviene da Il Fatto Quotidiano.

Cannes, Sylvester Stallone in cattedra: “Rocky un film ottimista, Rambo era per quelli che tornavano dal Vietnam”

di Davide Turrini

Rocky l’ottimista e Rambo il pessimista. Sylvester Stallone in cattedra a Cannes. Dopo Alain Delon, ecco la masterclass dell’ultimo pomeriggio del festival edizione 2019 per l’interprete di un paio d’icone cinematografiche anni ottanta poi diventate parole d’uso comune nel linguaggio di tutti i giorni. Potenza del cinema. Almeno quello “di una volta”.

Il pugile un po’ rimbambito dei bassifondi di Philadelphia che sfiora il titolo dal nulla (notare come finisce il primo Rocky di John G. Avildsen in pieno antieroismo anni settanta). L’ex marine arrestato dal perfido sceriffo per un nonnulla, fuggiasco tra i monti che falcia polizia ed esercito come marionette. Stallone da lì, in fondo, non è mai uscito. Nemmeno quando ancora non era Rocky (sulla metro con Woody Allen in Bananas), o quando ancora faceva il “semplice” poliziotto o il camionista da braccio di ferro.

Anche attorno ai 50 James Mangold lo ha chiamato per fargli “recitare” uno sceriffo mezzo sordo (Cop land), ma niente. Stallone è Rocky-Rambo-Rocky-Rambo. Anche quando fa il mercenario, anche quando fende la folla della sala Debussy in mezzo a due ali di giornalisti armati di smartphone che nemmeno fossero adolescenti. Stallone poi sale sul palco dell’eleganza e della raffinatezza per antonomasia con un camicione di flanella che nemmeno un boscaiolo del Montana. Una volta che Fremeaux ha accettato anche questa, il prossimo anno arrivano i film di Netflix.

“La ragione del successo di Rocky? Forse in un momento così complesso, mentre uscivano Taxi Driver o Tutti gli uomini del presidente, da ingenuo quale ero ho interpretato un film ottimista, su un uomo che non molla mai. Rocky poteva essere anche un panettiere o uno che aggiusta biciclette. La boxe però era una metafora forte, intesa sia dagli uomini che dalle donne, su che cosa significhi lottare”, ha spiegato il 73enne attore che a Cannes ha portato il teaser di Rambo V- Last blood, mentre il primo Rambo dell’82, amatissimo da Reagan, restaurato e proiettato al Grand Theatre Lumiere aveva in aggiunta First blood.

“Rambo non è mai stata una dichiarazione politica – ha aggiunto – lo feci per rappresentare coloro che erano tornati con disturbi post traumatici da stress e pensieri suicidi dal Vietnam”. Stallone ha anche ricordato di aver voluto cambiare il finale del film rispetto a quello del libro dove Rambo muore. Tanto che poi la “saga” dell’ex soldato è arrivata al quinto capitolo (uscirà il 20 settembre 2019) girato in Messico dove, assicura il nostro, “accadranno cose brutte, ci saranno vendette e verranno uccise un sacco di persone”.

L’interprete di Demolition man e Cobra ha anche ricordato che le botte prese da Dolph Lundgren in Rocky IV l’hanno fatto finire seriamente all’ospedale (“Mi colpì così forte che mi portarono in elicottero in terapia intensiva e ci rimasi quattro giorni”) e che le due tartarughe che appaiono in Rocky sono ancora vive e hanno 55 anni. Infine la competizione parecchio esasperata all’epoca con Arnold Schwarzenegger: “Tutto quello che ha mostrato in scena l’ha rubato da me – ha scherzato Sly – ci odiavamo l’un l’altro, senza porci troppe domande. Ma è stata una buona cosa. Tutti hanno bisogno di un grande nemico con cui competere. E se non ne avessi uno, ne creerei uno. Oggi siamo davvero grandi amici. Perché io sono migliore di lui”.

L'articolo Cannes, Sylvester Stallone in cattedra: “Rocky un film ottimista, Rambo era per quelli che tornavano dal Vietnam” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Cannes 2019, l’asfissiante sequenza di culi femminili fa scappare gli spettatori: polemica su Mektoub

di Davide Turrini

Un vero cunnilingus che dura 15 lunghi minuti ed è polemica. Abdellatif Kechiche ha colpito ancora. Mektoub capitolo secondo, ovvero Intermezzo, in Concorso a Cannes 2019, ha scandalizzato critica e pubblico. Tre ore e mezza di durata piazzate in fondo alla selezione per permettere di farcelo stare tutto intero, fatto e finito, Mektoub: Intermezzo ha fatto fuggire decine e decine di persone presenti alla proiezione ufficiale e lamentare sui social altre decine di critici e spettatori festivalieri più o meno smaliziati.

Il fuggi fuggi corredato da tweet inferociti andrebbe ascritto anche alla lunga (quasi due ore) asfissiante sequenza di culi femminili inquadrati in discoteca, in pieno delirio twerking, e nel cui bagno viene esercitata anche la scena incriminata di sesso orale, richiamo diretto al più inatteso blocco temporale e narrativo sempre in pista di Mektoub Canto Uno che finì al Festival di Venezia due anni orsono. “Volevo celebrare l’amore, il desiderio, il corpo e provare l’esperienza cinematografica più libera possibile, rompendo i codici narrativi”, ha affermato Kechiche in conferenza stampa rifiutando poi con quel suo fare sempre piuttosto insolente di rispondere alla classica domanda che gli si rivolge su “come lavora sul set con gli attori”.

Assente in conferenza stampa l’affascinante e formosa Ophelie Bau, protagonista della scena porno del film, e musa di questo complesso progetto cinematografico diviso in più lungometraggi che narra di una sorta di alter ego di Kechiche, tal Amin (interpretato dal bravo Shain Boumedine) che nell’estate del 1994 torna nel paese natale di Sete nel sud della Francia e si ritrova a fare baldoria con amici e amiche. Parte iniziale di chiacchiere sulla spiaggia, poi il lungo blocco della discoteca con in mezzo il cunnilingus. Tra le varie recensioni c’è chi l’ha definito un film “punitivo, una cura Ludovico contro il desiderio” (Cinematografo.it) e chi con i tweet, sia che si trattasse di addetti ai lavori anglosassoni sia italiani, si è chiesto se Mektoub: Intermezzo vada “considerato ancora come arte”.

Kechiche aveva già dato esempio di voyeurismo spinto, a sfondo fastidiosamente razziale, in Venere nera (in Concorso a Venezia 2010); ancora prima con Cous Cous (sempre Concorso a Venezia 2007) aveva colto in primissimo piano ombelicale la giovanissima Hafsia Herzi in una danza del ventre insistita tutta suspense in attesa dell’arrivo dell’agognato piatto da servire al ristorante. L’apice dello sguardo intrusivo, naturalmente pornografico, era poi sbocciato ne La vita d’Adele (Palma d’Oro a Cannes 2013) con la scena di sesso lesbico tra le due protagoniste, Adele Exarchoupolus e Lea Seydoux, in cui ci si scambia il piacere del sesso orale diverse volte in modo esplicito.

Lì la durata generale, pur con un montaggio piuttosto rapido, era attorno ai sei minuti. Nulla a che vedere quindi con il cunnilingus della discoteca da quindici minuti nel secondo capitolo di Mektoub. E nemmeno con il progenitore del sesso orale esplicito a Cannes. I tre minuti di The Brown Bunny, film che nel 2003 creò notevole scandalo (ma poco successo del film), in cui il regista e protagonista Vincent Gallo riceve una sostanziosa fellatio da Chloe Sevigny simile di più a una scena della Rocco Siffredi production.

Insomma, per Kechiche questa verità ultraporno del rapporto sessuale in scena sta diventano una vera e propria ossessione estetica. Un’unica domanda, allora, vorremmo rivolgere al regista tunisino nell’epoca in cui lo sdoganamento del sesso esplicito ha fatto il suo corso: ma a 58 anni si trova già in piena fase delirante “culo alla Tinto Brass”? Ovvero la reiterazione della provocazione di sesso e di parti intime sparate in faccia allo spettatore sta assumendo più valore del film stesso, lasciato in balia di poco o niente altro da proporre oltre a un bel paio di chiappe? Probabile. Ma paradossalmente ci toccherà attendere il terzo capitolo di Mektoub per dare una risposta definitiva.

L'articolo Cannes 2019, l’asfissiante sequenza di culi femminili fa scappare gli spettatori: polemica su Mektoub proviene da Il Fatto Quotidiano.

Film in uscita, da Una vita violenta ad Aladin e poi Il Traditore e Takara: cosa ci è piaciuto e cosa decisamente no

di Anna Maria Pasetti e Davide Turrini

UNA VITA VIOLENTA di Thierry De Peretti. Con Jean Michelangeli, Cedric Appietto, Delia Sepulcre-Nativi. Francia 2017. Durata: 106’ Voto: 4/5 (DT)

Parigi 2001. Nonostante le minacce di morte, il giovane studente politicizzato Stephane decide di tornare sull’isola natia della Corsica per partecipare ai funerali dell’amico fraterno e compagno d’armi ucciso in un regolamento di conti tra autonomisti e indipendentisti corsi. Scelta personale che dà il via con un balzo nel passato di una quindicina d’anni (escalation: crimine, carcere, lotta armata) al racconto storico e collettivo sugli ultimi trent’anni di rivolta e caos sull’isola “francese”.

Film potente e politico come non se ne vedevano da tempo. Panoramiche a 360 gradi e piani sequenza si alternano a inquadrature fisse riempite perlopiù di brulicanti e spesso indistinguibili gruppi di rivoltosi e relative famiglie a fare da struttura formale. Poi De Peretti agendo sulla biografia di un reale indipendentista tesse trama e ordito del racconto tra senso di comunità e intensità delle memoria, mostrando sì conseguenze violente e crude rispetto ad una scelta politica radicale, ma anche un senso di intonsa purezza ideologica anticoloniale che tange gli anni novanta, quindi i giorni nostri, come uno schizzo di autentica rivoluzione ottocentesca. Tra citazioni di Franz Fanon, attentati agli uffici pubblici francesi, proclami notturni filmati di autonomisti incappucciati, appalti da non concedere a “stranieri”, Una vita violenta sembra un Noi credevamo finito dentro alla giungla del Cuore di tenebra di Conrad. Pochi soldi di budget e pochissimo sangue in dettaglio, ma tensione emotiva altissima. Carrellata finale in strada con voce fuori campo da brividi.

L'articolo Film in uscita, da Una vita violenta ad Aladin e poi Il Traditore e Takara: cosa ci è piaciuto e cosa decisamente no proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌