Buatta, contenitore di news

* INFO COOKIES - GDPR *

❌ Informazioni
Sono disponibili nuovi articoli, clicca qui per caricarli.
Meno recentiRSS feeds

Brexit, Johnson lancia la sfida del dopo-May: "Il 31 ottobre fuori da Ue con o senza accordo"

Brexit, Johnson lancia la sfida del dopo-May: "Il 31 ottobre fuori da Ue con o senza accordo"«Fuori dall’Ue il 31 ottobre, con o senz'accordo». E’ la parola d’ordine con cui Boris Johnson, paladino della Brexit, lancia la sua sfida per il dopo-May alla guida del Partito Conservatore e...

Brexit, il successore della May costretto a inseguire Nigel Farage su un’uscita ‘hard’. La scelta tra i “brexiteer”, Johnson in pole

di F. Q.

Incassate le dimissioni e le lacrime di Theresa May, i Tory ripartono da un 30% nei sondaggi. Peccato per Boris Johnson & Co che la percentuale non sia la loro, ma dell’uomo che – senza un atto preciso della propria volontà – aveva trascinato David Cameron a indire il referendum sulla Brexit: il 30% è di Nigel Farage e del suo Brexit Party, dato da tutte le rilevazioni in testa alle preferenze dei britannici nelle elezioni europee. Il che, se il nuovo partito euroscettico dell’ex leader dell’Ukip dovesse confermare le previsioni della vigilia, porterà i successori della May, l’ex sindaco di Londra in testa, a spostare il Partito conservatore su posizioni ancora più radicali nella trattativa con Bruxelles.

Ogni paese ha il suo “Rieccolo“, il suo politico inaffondabile a dispetto delle tempeste. In Italia c’era Amintore Fanfani: ogni volta che sembrava stesse lì per spariva definitivamente, il segretario della Dc ricicciava e si sistemava su una nuova poltrona. Il Regno Unito ha Nigel Farage, che in quanto a galleggiamento dimostra un talento persino superiore a quello del collega italiano: lo ha fatto solo una volta, ma è stato capace di sopravvivere a un terremoto come la Brexit. Dopo il referendum del 23 giugno 2016 aveva dichiarato estinta la funzione dell’Ukip e lui stesso sembrava destinato all’oblio, ingoiato dai corridoi di Bruxelles e dai gorghi inesorabili della storia come l’uomo che aveva costretto David Cameron a rincorrerlo e a imbarcarsi nell’avventura della Brexit. Invece tre anni dopo è ancora lì: ad allargare il suo sorriso da iena sul cadavere politico della May e a dettare l’agenda di chi ne prenderà il posto alla guida dei Tory.

Da quasi un mese la maggior parte dei sondaggi vede il Brexit Party al 30%. L’ultima rilevazione pubblicata da Politico.eu dà al secondo posto il Labour al 25%, davanti ai LibDem redivivi al 14%. Solo quarto al 13% il Partito conservatore, che nella logorante trattativa con Bruxelles ha bruciato una premier, voti e credibilità. Johnson sarebbe l’unico dei sei principali leader Tory a tenere insieme il bacino di elettori che ha mantenuto i conservatori alla guida del paese alle elezioni del 2017: tutti gli altri, secondo il sondaggio, perderebbero terreno. L’ex ministro degli Esteri, inoltre, farebbe particolarmente bene tra gli elettori che dichiarano di aver scelto il partito di Farage: il 13% di loro voterebbe per lui, contribuendo a identificarlo come l’unico dei leader Tory in grado di arginare l’emorragia di voti verso il Brexit Party. D’altra parte perderebbe il 27% di chi al referendum ha votato per restare nell’Ue.

L’ex sindaco in bicicletta ha già scaldato i motori: “Un nuovo leader avrà l’opportunità di agire diversamente ed avrà lo slancio di un nuovo governo – ha detto dalla Svizzera poco dopo la drammatica conferenza stampa di Theresa May – noi lasceremo la Ue il 31 ottobre, con o senza un accordo“. “Porterò la Gran Bretagna fuori dalla Ue nel modo adeguato, e metterò fine alla questione della Brexit”, ha aggiunto, ma “il modo per ottenere un buon accordo è prepararsi al no deal“. Ovvero a un’uscita senza intesa con Bruxelles, il che avrebbe conseguenze imprevedibili sia per il Regno Unito che per l’Unione europea e alla quale buona parte del Parlamento di Westminster si è già detta contraria.

L’obiettivo ora è contrastare la narrativa usata da Farage per strappare elettori ai Tory: quello del “tradimento” della promessa di uscire entro i tempi convenuti dall’Unione europea. Per questo motivo l’unica cosa certa è che il vincitore (o la vincitrice) della corsa alla leadership del partito e a Downing Street non potrà non venire se non dal fronte euroscettico. Al massimo il successore della May potrà venire dalle schiere di quei pro Remain tiepidi che negli ultimi anni si sono riposizionati su slogan brexiteer.

Tra costoro c’è il ministro degli Esteri Jeremy Hunt, che in un ballottaggio finale con Johnson non avrebbe chance alcuna di fronte alla base degli iscritti, innamorata del pittoresco Boris. Ma che potrebbe farcela se il rivale fosse eliminato nelle votazioni preliminari tra i parlamentari. Lo stesso discorso vale per un altro veterano di governo, Sajid Javid, da un annetto promosso ministro dell’Interno, che dalla sua ha da giocare la carta di potersi presentare quale ipotetico primo leader Tory proveniente da una minoranza etnica (rivoluzione vera, anche se solo d’immagine, per il più paludato dei partiti britannici) essendo figlio d’un autista di bus immigrato dal Pakistan. Mentre labili appaiono le speranze di altri moderati riverniciati di grinta: dal ministro della Sanità, Damian Hancock, all’ex diplomatico Rory Stewart, emergente titolare della Cooperazione Internazionale.

Johnson deve guardarsi anche da brexiteer della prima ora come lui. Incluso il pragmatico Michael Gove, tessitore di trame e ora ministro dell’Ambiente, che dopo aver fatto coppia nella campagna referendaria già fu in grado di pugnalarlo alle spalle e scaricarlo nel 2016. O ancora Penny Mordaunt, rampante ministra della Difesa di fresca nomina, prima donna alla guida politica dei militari di Sua Maestà e veterana ella stessa delle forze armate. Ma soprattutto deve guardarsi da Andrea Leadsom, dimessasi in extremis dal governo May proprio per prepararsi alla scalata; e dall’azzimato Dominic Raab, ex ministro della Brexit: più giovane e forse persino più falco di lui.

L'articolo Brexit, il successore della May costretto a inseguire Nigel Farage su un’uscita ‘hard’. La scelta tra i “brexiteer”, Johnson in pole proviene da Il Fatto Quotidiano.

Theresa May, da Lady di Ferro a capo debole. Ascesa e lenta caduta del premier affondato dai compagni di partito

di F. Q.

Si era seduta sulla poltrona di David Cameron con due promesse: rispettare il risultato del referendum sulla Brexit del 2016 e portare a casa “un buon accordo” senza chinare la testa di fronte ai negoziatori di Bruxelles. Theresa May, che venerdì ha annunciato le sue dimissioni per il 7 giugno, poche ore dopo aver ricevuto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non aveva però fatto i conti con le oppisizioni dure, oltranziste a Westminster, anche da parte dei propri alleati di partito, i Conservatori, e da coloro che la sostengono al governo, come gli unionisti nordirlandesi. Paradossalmente, le trattative con Bruxelles, in cui partiva da una posizione di netto svantaggio viste le disposizioni contenute nei Trattati, sono stati la parte più semplice del suo lavoro da premier della Brexit, forse perché entrambe le parti avevano come obiettivo principale quello di evitare la hard Brexit

Ma a Londra, la donna presentatasi come la nuova Lady di Ferro, la seconda a Downing Street dopo Margaret Thatcher, ha dovuto man mano annacquare le proprie posizioni. Le concessioni all’Ue sono state più di quelle previste, la formula “meglio uscire senza accordo che con un cattivo accordo” si è schiantata contro la prospettiva di una catastrofe per il Paese in caso di no deal e anche la possibilità di un secondo referendum, mai presa in considerazione, è stata usata nell’ultimo tentativo di accordo per forzare la mano alle opposizioni pro Remain. Una forzatura che, dopo lo scampato pericolo del voto di sfiducia finito nel nulla nel dicembre 2018 ed essere sopravvissuta alle tre bocciature dell’accordo raggiunto con la squadra di Michel Barnier, il capo negoziatore di Bruxelles, le è stata fatale.

Uscita vincitrice tra i tanti litiganti che ambivano alla poltrona di David Cameron, ha poi capitolato lasciando la poltrona che ha mietuto più di una vittima nella compagine di governo negli ultimi tre anni scarsi, schiacciata dalla rivolta interna ai Tory, spaccati tra Brexiteers e Remainers. I primi disposti anche a un’uscita dalla Ue senza accordo, i secondi intenzionati a un divorzio meno drastico. La stessa May, durante la campagna referendaria del 2016, si era timidamente schierata per la permanenza nell’Unione europea. Ma il risultato del referendum e la volontà di prendersi la leadership del partito l’hanno convinta, o costretta, a mettersi a capo dell’esecutivo di un Paese che, invece, aveva votato per lasciare l’Ue. Da allora, il suo mantra è stato, “Brexit means Brexit”, Brexit vuol dire Brexit, dicendosi anche disposta ad un’uscita senza un accordo. Un mantra che, adesso, potrà essere rispolverato da il suo successore, magari con posizioni più intransigenti nel caso in cui salga al potere un Brexiteer, o che potrebbe anche essere abbandonato, nel caso in cui prevalga l’ala moderata.

L'articolo Theresa May, da Lady di Ferro a capo debole. Ascesa e lenta caduta del premier affondato dai compagni di partito proviene da Il Fatto Quotidiano.

Theresa May annuncia dimissioni: lascia il 7 giugno. “Provo rammarico per non aver attuato la Brexit”

di F. Q.

La premier inglese e leader dei Conservatori Theresa May ha annunciato le dimissioni: lascerà il 7 giugno, dopo la visita del presidente Usa, Donald Trump, in programma quattro giorni prima. “Provo profondo rammarico per non essere riuscita ad attuare la Brexit”, ha detto May nel discorso con cui ha comunicato il passo indietro affidandone la realizzazione al suo successore alla guida dei Tory, che dovrà essere eletto nelle successive settimane per poi subentrarle come primo ministro a Downing Street.

Le dimissioni di May erano attese: in ballo c’era solo la data in cui avrebbe lasciato la guida del Regno Unito dopo le tre bocciature dei suoi accordi con la commissione Ue per l’uscita dall’Unione Europea. Chiuse le urne in Gran Bretagna, dove si è votato giovedì per il rinnovo dei rappresentanti britannici al Parlamento europeo, il primo ministro ha ufficializzato il suo addio fuori dal 10 di Downing Street. 

“Ho concordato con Sir Graham Brady, presidente del comitato 1922″, responsabile dell’organizzazione del Partito conservatore, che “il processo per la scelta del nuovo leader dovrebbe cominciare la settimana prossima”, ha spiegato annunciando di aver informato la regina Elisabetta. May ha spiegato che rimarrà in carica come premier fino a quando non verrà indicato il suo successore prima di concludere in lacrime: “Ho servito il Paese che amo”.

“Ho fatto del mio meglio, purtroppo non sono riuscita a far passare” la ratifica della Brexit, malgrado ci abbia “provato tre volte”, ha detto durante il suo discorso in cui ha di fatto tracciato la sua eredità politica, invitando chi le succederà alla guida dei Tory e del governo a portare a termine l’uscita dall’Ue ma anche a non considerare il compromesso una parola sporca. La premier britannica ha rivendicato quindi la politica di “un Partito Conservatore patriottico”, che nella sua visione deve continuare a mirare a “unire la nazione” e a ridurre anche le ingiustizie sociali, predicando “sicurezza, libertà e opportunità”.

“Lascio l’incarico che è stato l’onore della mia vita, la seconda donna premier, ma certamente non l’ultima”, ha aggiunto con un riferimento ideale a Margaret Thatcher, la dama di ferro dei Tory dal 1979 al 1990. “La nostra politica potrà essere in difficoltà, ma c’è così tanto di buono in questo Paese, così tanto di cui essere orgogliosa”, ha detto ancora. E si è visibilmente commossa esprimendo “enorme gratitudine” per aver potuto ‘servire’ il Paese.

L'articolo Theresa May annuncia dimissioni: lascia il 7 giugno. “Provo rammarico per non aver attuato la Brexit” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Brexit, la premier Theresa May annuncia le dimissioni: lascerà il 7 giugno

La premier britannica Theresa MayLa premier britannica Theresa May annuncia le dimissioni da leader del partito conservatore per il 7 giugno esprimendo «rammarico» per non essere riuscita ad attuare la Brexit e affidandone la realizzazione...

Brexit, Theresa May sotto assedio: pressing per le dimissioni. E i britannici iniziano a votare per le elezioni europee

di F. Q.

La premier sotto sfratto alla vigilia del voto. Si consumano le ultime ore di Theresa May a Downing Street mentre una Gran Bretagna dilaniata dallo stallo parlamentare sulla Brexit apre giovedì 23 maggio la tornata delle elezioni Europee del 2019: appuntamento al quale, in tempi di sfide fra sovranisti e non, il Regno non avrebbe neppure dovuto partecipare a ben tre anni dal referendum che sulla carta nel giugno 2016 ne aveva suggellato l’addio all’Ue. La corsa per la scelta dei 73 eurodeputati isolani a Strasburgo – tutti sub iudice e destinati a uscire di scena nel momento in cui il divorzio fosse finalmente formalizzato – non appassiona in effetti quasi nessuno oltremanica, dove del resto l’affluenza per questo tipo di consultazione è sempre stata marginale: sotto il 40%. Non solo perché i risultati si sapranno domenica 26, quando voterà il grosso degli altri Paesi. Ma soprattutto per i venti di crisi politica scatenatisi a Londra, e accompagnati per colmo di disgrazia anche dal crac di British Steel, industria dell’acciaio con 5000 lavoratori a rischio.

L’estremo tentativo di compromesso della May per provare a riproporre a Westminster entro il 7 giugno la partita della ratifica della Brexit dopo le bocciature a ripetizione e gli inestricabili veti incrociati dei mesi scorsi sembra aver prodotto un plateale effetto boomerang. Il testo della legge di attuazione del recesso dal club europeo (Withdrawal Agreement Bill) concepito come uno sforzo di compromesso con le opposizioni ha finito con lo scontentare tutti o quasi. I “10 punti di novità” illustrati ieri dalla premier Tory in pubblico e presentati nella Camera dei Comuni sono stati accolti da un clima a metà fra l’ostilità e il disinteresse in un aula che si è andata in parte svuotando mentre May ancora parlava. Concessioni eccessive per una larga porzione di conservatori e non solo tra i falchi brexiteer ribelli, furiosi in particolare per le aperture della premier sulla disponibilità a far votare un nuovo emendamento sull’ipotesi di un referendum bis (seppure con parere contrario del governo).

Concessioni cosmetiche per le opposizioni: con il ‘no’ immediato del leader laburista Jeremy Corbyn motivato tanto da ragioni di merito, quanto dalla convinzione d’aver a che fare con un’interlocutrice ormai bruciata, incapace di garantire la sopravvivenza di “qualunque intesa di compromesso” sullo sfondo della “sfida alla sua leadership” in casa Tory. Una premier “senza più autorità” che, nel giudizio di Corbyn, dovrebbe passare la mano a elezioni politiche anticipate e che tuttavia per ora, e almeno fino a venerdì, non si dimette. Nemmeno di fronte alle congiure di palazzo intrecciatesi nel pomeriggio in seno al suo partito e al suo stesso gabinetto. Rinchiusa a Downing Street, dopo l’intervento a Westmister, May ha resistito per ore, rifiutando di riceverli, all’assedio del viavai annunciato di vari ministri – dal titolare degli Esteri Jeremy Hunt a quello dell’Interno Sajid Javid, a quello della Scozia David Mundell – che avrebbero voluto intimarle la resa o almeno discutere un percorso verso il congedo. Congedo che il voto parlamentare di giugno renderebbe al più tardi obbligato, ma la cui pratica la parrocchia Tory vuole sbrigare prima.

A spingere in questa direzione sono diversi deputati, riunitisi nel Comitato 1922, organo chiave per l’elezione dei leader conservatori. Ma soprattutto gli aspiranti successori annidati nella compagine governativa. In primis la ministra euroscettica dei Rapporti con il Parlamento (Leader of the House), Andrea Leadsom: dimessasi stasera e pronta alla sfida come alternativa d’apparato (se non come traghettatrice) all’ipotesi d’una competizione allargata dinanzi alla base degli iscritti in cui il netto favorito sarebbe Boris Johnson. Tanto più sullo sfondo d’un ultimo sondaggio pre voto europeo segnato nel Regno dall’ennesimo record del nuovo Brexit Party di Nigel Farage, indicato ora sino al 37% dei consensi; col Labour in pesante calo al 13, scavalcato al 19 degli europeisti irriducibili in maggiore ascesa, i LibDen, e insidiato al 12 pure dai Verdi. E con i Conservatori schiantati senza più guida addirittura alla miseria d’un potenziale 7%.

L'articolo Brexit, Theresa May sotto assedio: pressing per le dimissioni. E i britannici iniziano a votare per le elezioni europee proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌