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Oggi — 27 Maggio 2019Europa Quotidiano

Roma, Milano, Torino, Bologna e anche Firenze. ll Pd primo partito

di Democratica

Pd a trazione urbana in queste europee e primo partito a Milano, Roma e Torino, ma anche Bologna e Firenze.

E’ il dato più rilevante di questa tornata elettorale per il partito democratico, che cresce soprattutto nelle grandi città. A Milano (malgrado il primo posto della Lega in regione con il 43,4%) il Pd è primo partito con il 36%. La Lega è lontana al secondo posto con il 27,4%. A Milano l’ex sindaco Giuliano Pisapia, che potrebbe essere il più votato tra i Dem, ha la meglio su Matteo Salvini, recordman di preferenze in tutta Italia alle Europee. Il candidato del Pd all’Europarlamento ottiene infatti 71.459 voti di preferenza e Salvini deve accontentarsi solo del secondo posto con 57.047. Silvio Berlusconi è terzo con 24.203 voti, quarta Giorgia Meloni con 10.053.

Torino il Pd è in testa con il 33,5% contro il 26,9% della Lega (passata in testa in regione).

Anche a Roma, dove pure il Carroccio cresce in maniera esponenziale fino al 25,8%, il Pd tiene il primato con il 30,6% mentre il M5s crolla al 17,6%. Ma i dem sono primo partito davanti alla Lega anche a Bologna con il 40,3%, a Genova con il 30% e a Firenze con 43,7%.

Il Pd fatica invece  al sud. A Napoli è secondo con il 23,9%, a grande distanza dal M5s al 39,9%. Mentre a Bari è solo terzo (20,4%) dopo M5s e Lega. A livello regionale i dem sono terzi sia in Campania (19,1%) che in Puglia (16,6%). Terzi anche in Sicilia (18,5%) e in Sardegna (24,3%).

 

 

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La disfatta di Forza Italia, Toti punta il dito

di Democratica

Giovanni Toti ha commentato sulla sua pagina Facebook i risultati delle elezioni europee:

“Ora basta! Stiamo assistendo alla seconda tornata elettorale in meno di un anno in cui il centrodestra stravince, Forza Italia perde. E perde molto. Dopo la sconfitta delle Politiche, oggi Forza Italia crolla all’8,7%.

Dalle elezioni dello scorso anno chiedo a tutti i dirigenti un’inversione di rotta, un confronto democratico per stabilire la linea politica, apertura alle tante liste civiche di area che non ci votano e non ci voteranno mai più, spazio ai tanti bravi amministratori locali e parlamentari coraggiosi.

Risposte? Nessuna. Anzi, peggio: anche in queste ore ho sentito e letto dirigenti e parlamentari del partito difendere scelte indifendibili. Peggio ancora: accusare chi ha avuto il coraggio di chiedere in questi mesi un cambiamento per evitare lo schianto ampiamente prevedibile.

La colpa ormai è chiara a tutti: è di una classe dirigente che ha difeso ad oltranza le proprie poltrone, che ha occhieggiato alla sinistra per far dispetto ai nostri alleati, che ha scelto ancora una volta dall’alto candidature con arbitrio totale, che ha emarginato chiunque avesse l’ardire anche solo di sussurrare che qualcosa non andava.

Quella classe dirigente ha mentito ai nostri militanti, ai nostri elettori, a se stessa e al leader Silvio Berlusconi. Nessuno ha avuto neppure il coraggio di dire al fondatore del partito, che ha condotto una campagna elettorale eroica, che la sua candidatura sarebbe stata un sacrificio inutile (tranne il sottoscritto e qualche amico). Per cinismo e opportunismo un anno è stato consumato con la testa sotto la sabbia, tra menzogne e ipocrisie.

E i risultati si vedono: gli elettori non si imbrogliano impunemente e ieri hanno definitivamente rottamato questo modo di fare politica e questa classe dirigente.

Tutti a casa! Poi ricominciamo sulla strada giusta: c’è un Paese che si aspetta da noi ricette realistiche sull’economia, sul lavoro, sulla formazione professionale, sulla scuola, sugli ammortizzatori sociali, sui conti pubblici. Un ricetta chiara, con alleati chiari, con una classe dirigente scelta solo ed esclusivamente dal basso, per merito e consenso.

Presto dovremo trovarci per parlarne. Con tanti amici ci riuniremo in una grande assemblea pubblica dove ognuno potrà dire la sua, senza gradi, mostrine e notabili. E da lì ripartiamo con tutti gli amici che si sentono di centrodestra, attraverso regole nuove, aggregazione, primarie, partecipazione di tutti. Per scrivere insieme il nostro manifesto di libertà, perché serve un’offerta politica nuova. Solo così si salva una storia. Spero che i pretesti e le scuse salva poltrone siano finiti davvero e che partecipino in tanti. Magari… non proprio tutti! Serve aria fresca per non soffocare.

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Europee: Lega al 34%, crolla il M5S. Il Pd secondo partito in Italia

di Maddalena Carlino

La Lega, stando ai risultati delle elezioni europee, raddoppia i consensi ed è il primo partito in Italia con il 34,34%. Il Pd al 22,71% sorpassa invece i Cinque stelle, crollati rispetto ai picchi raggiunti nelle elezioni nazionali del 2018. Il Movimento 5 Stelle, che anche a causa dell’astensione nel Sud Italia è passato dal 32,68 per cento del 2018 a circa il 17 per cento, diventando il terzo partito più votato dopo il Partito Democratico. Anche Forza Italia è calata molto rispetto alle politiche del 2018, passando dal 14,1 per cento all’8,77 per cento: un risultato solo di poco migliore di quello di Fratelli d’Italia, che invece è cresciuto passando dal 4,35 per cento del 2018 al 6,47 per cento. In tutto ha votato il 56,09 degli aventi diritto, in leggero calo rispetto alle europee del 2014.

Nessun altro partito, oltre questi cinque, è riuscito a superare lo sbarramento del 5 per cento richiesto per eleggere deputati al Parlamento Europeo: +Europa si è fermato al 3,09 per cento; la lista Europa Verde è arrivata al 2,29 per cento; La Sinistra è all’1,74 per cento e tutte le altre liste minori hanno preso meno dell’1 per cento a testa.

La Lega di Salvini diventa dunque il partito di maggioranza relativa: un risultato che potrebbe far traballare l’esecutivo gialloverde, con un rapporto di forza tra alleati decisamente rovesciato rispetto alle politiche del 4 marzo scorso.

Matteo Salvini esordisce nella conferenza stampa dalla sede leghista di via Bellerio con un dato: “A Riace e Lampedusa, i due comuni che la sinistra ha scelto come simbolo dell’antisalvini, la Lega ha vinto con oltre il 30%”. E aggiunge: “Quella sui migranti sarà la prima battaglia che vinceremo in Europa”. Torna a ringraziare “i tanti italiani incontrati” in questa campagna elettorale. Chiarisce sulla tenuta del governo: “Non mi interessa il riequilibrio dei poteri interni”. E a gli chiede se abbia sentito Di Maio risponde: “Siamo fermi a dei messaggi di ieri notte. Ma nervi saldi, testa alta per quanto riguarda noi, questo è quello che gli italiani ci chiedono”.

Sarà un  governo ancor più a trazione Lega, pronto a dettare linea e legge pretendendo dall’alleato ridimensionato dalle urne un deciso cambio di passo sui temi dell’autonomia regionale, delle tasse, della Tav, della sicurezza. E mettendo Di Maio con le spalle al muro, in una sorta di prendere o lasciare, perché altrimenti si torna al voto. “Restiamo comunque ago della bilancia in questo governo. Da qui in avanti più attenzione ai territori, ha spiegato in prima battuta il vicepremier e capo politico Luigi Di Maio: Siamo stati penalizzati dall’astensione, soprattutto al Sud, ma ora testa bassa e lavorare. Il premier Giuseppe Conte ha scelto invece di non commentare i risultati: parlerà stasera, prima di volare martedì a Bruxelles per un vertice informale dei leader europei.

Dopo le Europee l’Italia ritrova un bipolarismo Lega-Pd secondo Nicola Zingaretti: il leader del Partito Democratico secondo alle elezioni per Bruxelles con oltre il 10% in meno della Lega, si propone come avversario numero uno “di una destra estremista leader indiscussa dello schieramento di governo” e annuncia che si prepara a radicare il partito per le prossime elezioni politiche.  “Salvini emerge come vero leader di un governo immobile e pericoloso. Noi vogliamo costruire l’alternativa a Salvini per essere credibili in vista del voto politico. Il governo esce ancora più fragile per divisioni interne di fronte ai grandi appuntamenti che lo aspettano”, ha detto il segretario Pd.

A livello europeo il Partito Popolare Europeo, cioè il principale di centrodestra, e il Partito Socialista Europeo, di centrosinistra, hanno perso una quarantina di seggi a testa e non avranno più una maggioranza da soli.

In Francia ha vinto il Rassemblement National (RN), di destra radicale, che è diventato il primo partito davanti a quello del presidente Emmanuel Macron, En Marche. In Germania il primo posto è saldamente della CDU di Angela Merkel col 28 per cento; dietro ci sono i Verdi con il 20 per cento, mentre i Socialisti sono solo terzi con uno dei peggiori risultati della loro storia, al 15 per cento. In Spagna i Socialisti del primo ministro Pedro Sánchez hanno ottenuto il 33 per cento dei voti, al secondo posto è arrivato il Partito Popolare, Vox (di destra radicale) ha preso il 6 per cento, in netto calo rispetto alle politiche del mese scorso. Nel Regno Unito il Brexit Party di Nigel Farage ha ottenuto il 31 per cento delle preferenze, i Liberal Democratici il 20 per cento, i Laburisti il 14, i Conservatori l’8,8 per cento, uno dei peggiori risultati della loro storia.

Ma l’internazionale sovranista non ha sfondato. Il leader della Lega fa sapere di aver sentito Viktor Orban e Marine Le Pen, ammette che “ci attende un periodo economico complicato”, avverte che le “regole Ue devono cambiare”. Ma, in uno scenario in cui i sovranisti avanzano ma non trionfano, il governo gialloverde potrebbe essere ancora più isolato in Europa.

A livello europeo il Partito Popolare Europeo, cioè il principale di centrodestra, e il Partito Socialista Europeo, di centrosinistra, hanno perso una quarantina di seggi a testa e non avranno più una maggioranza da soli. Ad essere cresciuti molto sono stati i Liberali, l’ALDE, che otterrà il miglior risultato della sua storia superando i 100 seggi, e i Verdi, che dovrebbero passare da 50 a circa 70 seggi. Sono cresciuti anche i gruppi legati alla destra radicale ed euroscettici, che dovrebbero guadagnare complessivamente qualche seggio, anche se sono lontani dall’avere una maggioranza, come ampiamente previsto dai sondaggi. Per ora non ci sono invece dati sulle elezioni amministrative e regionali in Italia, per cui lo spoglio comincerà solo nel pomeriggio di lunedì.

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Fca propone la fusione con Renault: controllo al 50%

di Democratica

Fiat Chrysler Automobiles ha inviato una lettera non vincolante al Consiglio di Amministrazione di Groupe Renault proponendo “una aggregazione delle rispettive attività nella forma della fusione 50/50”. E’ quanto si legge in una nota. “L’aggregazione proposta creerebbe un o dei principali produttori di auto al mondo in termini di fatturato, volumi, redditività e tecnologia a beneficio dei rispettivi azionisti e degli stakeholder delle società”, spiega Fca.

Secondo Fca la fusione porterà alla nascita del terzo piu grande Original Equipment Manufacturer (Oem), con 8,7 milioni di veicoli venduti e una forte presenza di mercato nelle regioni e nei segmenti chiave e sinergie a regime da oltre 5 miliardi di euro.

Il portafoglio di marchi ampio e complementare fornirebbe una copertura completa del mercato, dal segmento luxury fino al mainstream. Il nuovo gruppo “diventerebbe un leader mondiale nel settore automobilistico in rapida evoluzione con un forte posizionamento nelle nuove tecnologie – aggiunge Fca – inclusi i veicoli elettrici e quelli a guida autonoma”. “La fusione – precisa ancora Fca – non comporterà nessuna chiusura di stabilimenti”.

Fca stima oltre 5 miliardi di euro di sinergie annuali in aggiunta alle sinergie esistenti nell’Alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi. L’aggregazione delle attività – spiega la nota – metterà insieme punti di forza complementari. Il portafoglio marchi fornirebbe una copertura completa del mercato con una presenza in tutti i segmenti chiave dai marchi di lusso e premium come Maserati e Alfa Romeo, Dacia e Lada e includerebbe Fiat, Renault, Jeep e Ram così come i veicoli commerciali.

Il gruppo automobilistico francese Renault ha confermato di aver ricevuto la proposta di fusione alla pari da parte di Fca, FiatChrysler Automobiles. “Il Consiglio di amministrazione si riunirà questa mattina per discutere della proposta – recita una nota stampa di Renault -. A seguito di questa riunione verrà pubblicato un comunicato stampa”.

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Zingaretti: “Molto soddisfatti, ora la sfida è costruire un’alternativa a Salvini”

di Stefano Minnucci

Il Partito Democratico è vivo e il segretario Nicola Zingaretti si dice “molto soddisfatto” guardando i numeri delle europee. Trae le conclusioni nella conferenza stampa nella sede dem e sottolinea come “il voto consegni al Partito democratico una grande sfida: “Costruire un’alternativa a Matteo Salvini, vero leader di un governo immobile e pericoloso”.

Zingaretti parla dell’avvio di una nuova stagione di un bipolarismo che vede da una parte la destra di Salvini e dall’altra un nuovo centrosinistra, “che noi vogliamo ricostruire e che vede il Partito democratico al centro di questa strategia”. E per farlo, dice alludendo a un nuovo eventuale voto, “il Pd vuole mettere in campo una alternativa che si prepari ad essere credibile per il voto politico, quando sarà”.

Il dato di oggi, d’altra parte, conferma la crescita di un partito che solo tre mesi fa, a febbraio, era dato al 16 per cento e che oggi si trova – stando ai dati parziali – intorno al 22%.

“Come prima cosa – dice – ringrazio gli elettori che hanno visto nella lista unitaria la possibilità di voltare pagina. La scelta delle lista unitaria è stata una scelta vincente”.

Poi uno sguardo agli altri Paesi in cui si è votato: “L’assalto sovranista all’Europa è stato respinto – afferma- “un altro dato che va sottolineato, guardando i dati di tutta Europa, è che l’aggressione dei sovranisti è fallita”. E spiega come dentro il Parlamento europeo ci sia adesso un’ampia e solida maggioranza che ha voglia di cambiare l’Europa “ma al tempo stesso di rilanciare il sogno europeo”.

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Da oggi Conte balla. E Di Maio piange

di Mario Lavia

All’una di notte il quadro del voto italiano si chiarisce e dice che Matteo Salvini vola oltre il 30%: un successo indiscutibile che apre seri interrogativi sul quadro politico. Salvini infatti vince mentre il suo alleato Di Maio esce dalle urne con le ossa rotte: il M5s perde 12, 13 punti rispetto alle politiche del 4 marzo e finisce terzo (probabilmente) dietro un Partito democratico che inverte la tendenza e supera bene l’asticella del 20%.

Il ministro dell’Interno ha dunque tutte le carte in mano. Come le giocherà? Probabile che all’inizio non faccia nulla di particolare, se non imporre la sua agenda al presidente del Consiglio. Ma presto potrebbe stancarsi di un premier che in fondo è stato indicato dai pentastellati, potrebbe rinunciare alle mediazioni e porre insomma, con le buone, il tema del cambio della guardia a palazzo Chigi. O addirittura potrebbe forzare e chiedere le urne per l’autunno, giocando (o facendo finta di) su due tavoli: un nuovo contratto con M5s o più probabilmente ricostruendo un centrodestra a trazione leghista-meloniana, con Berlusconi sostanzialmente portatore d’acqua.

Per Giuseppe Conte, in ogni caso, da lunedì si balla. Non può contare certo sul peso di un M5s fortissimamente ridimensionato. In qualunque partito normale, il leader di una formazione che perde in un anno milioni di voti si fa da parte. Non essendo chiare le dinamiche dei grillini c’è da dubitare che Di Maio intenda lasciare. Sarà dunque un “Capo politico” molto debole quello che da una parte dovrà trattare con Salvini e dall’altra parte riflettere sugli errori commessi.

Perché la sconfitta dei Cinque Stelle è una cosa molto seria. Non è un inciampo. E’ l’esito di una linea sbagliata che in concreto ha tradito certi valori originari e in fin dei conti ha portato frutti solo alla Lega.

Finire in terza posizione, per chi fino a 24 ore fa era il primo, è tremendo. Il sorpasso del Pd uno sfregio che il Movimento non si attendeva. Anche perché non pensavano che i Democratici fossero davvero in grado di riprendersi dalla sconfitta del 4 marzo.

Il problema è tutto della maggioranza, adesso. Di certo, il governo Conte è molto più fragile, – come ha detto Nicola Zingaretti -proprio mentre si avvicina l’ora della verità con la manovra economica d’autunno.

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