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Ieri — 16 Ottobre 2018Europa Quotidiano

Quella mensa negata, per fortuna l’Italia ripara

di Giovanni Belfiori

A un certo punto del libro da cui è tratto il film ‘Il matematico indiano’, il protagonista riflette così: “Il talento non assisteva il figlio del minatore del Galles: lui avrebbe passato la sua vita in miniera, anche se avesse avuto la dimostrazione dell’ipotesi di Riemann stampata nella mente”.

Quale equità?

Potremmo parafrasare, pensando a ciò che avviene nelle scuole del comune leghista di Lodi, che “Il talento non assiste il figlio del migrante”. Attenzione: mettiamo via, almeno per un momento, la querelle da tifosi da stadio ‘migranti sì, migranti no‘. Qui si parla d’altro, e le migliaia di persone che hanno donato in poche ore più di 60.000 euro per garantire i servizi di mensa scolastica e scuolabus ai bimbi di famiglie extracomunitarie, hanno dimostrato non solo contrarietà alle politiche del governo gialloverde, ma hanno soprattutto voluto affermare un principio sacrosanto: nessuna democrazia è possibile senza equità. Ed è proprio l’equità che qui è calpestata.

I termini della vicenda sono crudelmente semplici e paradossali: la mia famiglia non è in grado di dimostrare che è davvero povera, ma nei fatti è così povera che non può pagare le rette della mensa, così che io bambino sono escluso dal pranzo in comune, sono segregato altrove.
Non è solo terribile: è ingiusto.
Lo ha sottolineato anche il presidente della Camera Roberto Fico: “Nel momento in cui si fa una delibera che, in modo conscio o inconscio, crea delle discriminazioni così importanti si deve chiedere solamente scusa. Dopo le scuse questi bambini potranno rientrare tranquillamente nella mensa scolastica (…) sono stati raccolti circa 60mila euro per farli andare a scuola fino a fine dicembre: questo è un gesto fondamentale perché – ha concluso – ogni volta che si crea un’ingiustizia il nostro Paese è pronto a rispondere. Il nostro Paese è forte e i valori costituzionali sono saldi“.

 

Pd in prima linea

Il caso, però, non lo ha sollevato il M5S cui appartiene Fico, bensì la curia vescovile e il Pd. Tra le prime, la senatrice dem Simona Malpezzi che venerdì scorso aveva scritto: “Di fronte al furore ideologico e alla misera ricerca del consenso, non ci si ferma più neanche davanti a bambini piccoli, molti dei quali nati in Italia. Quello che sta accadendo a Lodi è degno di un Paese civile?”. Maurizio Martina, intervenuto più volte, oggi ha evidenziato come “È bello che migliaia di persone abbiano dato il loro supporto a una raccolta di fondi organizzata a Lodi nelle ore scorse a sostegno di questi bambini. La cosa impressionante è che non si trattava di famiglie morose, ma stiamo parlando di una amministrazione comunale che sceglie di discriminare per regolamento, a prescindere da tutto“.

 

Libri non per tutti

Lodi rischia, però, di fare scuola. In queste ore si è aperto il fonte veneto, dove la Regione guidata dal leghista Zaia ha deciso che per avere il contributo sull’acquisto dei testi scolastici, i cittadini non comunitari dovranno presentare il medesimo documento richiesto dal comune di Lodi.

Eppure la scuola dovrebbe essere il vero ascensore sociale dell’Italia repubblicana. Ma quale opportunità avrà mai il figlio di genitori extracomunitari in una scuola che lo discrimina sin da bambino? Prima di arrivare a premiare il merito, occorre far sì che tutti siano al nastro di partenza sulla stessa linea, altrimenti il rischio è che si dia la medaglia non allo studente più meritevole, ma a quello più ricco. E che merito c’è nel nascere in una famiglia benestante o figli di nullatenenti in una delle qualsiasi periferie del mondo?


Maurizio Malvestiti, vescovo di Lodi:

“La scuola deve accogliere tutti, con pari diritti e doveri. Talora ci sono problemi ma i bambini non vanno mai coinvolti”.

Maurizio Martina, segretario Pd:

“Come fa ad addormentarsi sereno un sindaco che caccia bambini da una mensa scolastica? A quale livello di meschinità siete arrivati? Fermatevi. Subito”.

Susanna Camusso, segretario generale Cgil:

“La scelta di Lodi è scandalosa: come si fa a utilizzare i bambini come ostaggi di una partita che è quella della separazione del Paese?”.

 


Il caso

Le mense scolastiche di Lodi – comune guidato dalla Lega – sono state di fatto chiuse ai bambini di oltre 300 famiglie di origine straniera. All’ora del pranzo, i bambini le cui famiglie non possono pagare la mensa tornano a casa a mangiare oppure sono separati e allontanati dagli altri, portati in altri locali della scuola dove consumano un panino o ciò che si sono portati da casa. È una vera e propria segregazione sociale basata sul reddito, a spese dei più piccoli.

Il regolamento leghista

La questione nasce perché il nuovo regolamento per mensa scolastica e scuolabus prevede che gli stranieri che vogliano accedere alle agevolazioni tariffarie presentino, oltre all’Isee, anche un documento del proprio paese d’origine, tradotto in italiano, che attesti che non possiedono nulla. Di fronte alla difficoltà di reperire un documento del genere, molti stranieri rinunciano, in tal modo passano in automatico nella fascia di reddito più alta con rette elevate che non riescono a pagare.

La giustizia

Il 6 novembre il tribunale civile di Milano prenderà in esame il ricorso contro il regolamento del comune di Lodi, presentato dalle associazioni ASGI e NAGA, cui hanno aderito anche le minoranze del consiglio comunale. Il ricorso è stato definito dagli avvocati che l’hanno predisposto come “Azione civile contro la discriminazione”. Nel documento si chiede di “accertare e dichiarare il carattere discriminatorio della condotta tenuta dal Comune di Lodi e quindi di bloccarla”.

La solidarietà

Il comitato spontaneo Uguali Doveri, sorto per protestare contro il regolamento comunale, ha raccolto più di 60.000 euro a favore dei bambini esclusi da mensa e scuolabus. In poche ore sono arrivate oltre 2.000 donazioni. La raccolta è stata al momento sospesa, poiché la somma donata consentirà di garantire i servizi fino a dicembre, quando ci si attende che arrivi la decisione del tribunale di Milano.

 

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La lezione di Lodi, Italia

di Lorenzo Guerini

Lodi, Italia. Da un lato una amministrazione e un sindaco che, contro ogni logica, emanano un regolamento che oggettivamente differenzia, discriminandola, una parte dei propri concittadini, rendendogli impossibile l’esercizio di un diritto. Dall’altra bambini che non possono più frequentare i propri compagni anche nel momento della mensa, che non è estraneo al percorso scolastico, e che probabilmente si chiedono il perché, soffrendo di questa separazione, al pari dei loro genitori.

Lodi, Italia. Con un ministro dell’Interno che riduce tutto a una questione economica, dando un prezzo alle persone, e non perde occasione di fare propaganda anche sulla pelle dei più indifesi, piegando la sua funzione a soli fini demagogici, senza mai indicare una soluzione. Ma anche con una grande comunità di cittadini, associazioni, movimenti, forze politiche che si indignano e reagiscono rispondendo con senso di civiltà e di solidarietà. Una lezione che chi svolge ruoli istituzionali non può non ascoltare. E che non è una sorpresa per chi conosce Lodi (io sono stato sindaco fino al 2012) e i suoi cittadini.

Lodi, Italia e la possibilità, o meglio la necessità, di una società giusta, integrata e sicura. Perché di questo si sta parlando, questa è la sfida che abbiamo di fronte e che dovrebbe chiamare tutti a un senso di responsabilità superiore. A patto di non lasciarsi travolgere da un furore ideologico incomprensibile quanto inefficace. Continuare a insultare le persone come fa il ministro dell’Interno, definendo furbetti dei bambini, speculando ancora una volta su di loro, oltre ad essere inaccettabile è anche del tutto improduttivo.

Separare, distinguere, discriminare produce solo meno coesione sociale e quindi meno sicurezza non il contrario. Mentre l’obiettivo dovrebbe essere una maggiore e sempre più intensa integrazione, presupposto necessario e indispensabile per una convivenza civile degna di questo nome.

Una questione centrale che non pare interessare a chi oggi è al governo. Se la Lega prosegue su questa strada discriminatoria, il silenzio imbarazzato e complice dei vertici politici del Movimento 5 stelle durato fin troppo tempo ne è la prova più evidente per quanto incomprensibile. Con significativo ritardo e ormai costretti da un moto popolare imponente, alla fine hanno prodotto qualche parola di circostanza, senza dire però che cosa fare e di fatto continuando ad essere corresponsabili.

Ma è evidente a tutti che ormai i 5 stelle sono diventati gli interpreti più autentici del cinismo cui chiama la realpolitik delle poltrone. Chi sta al governo può anche dire di fregarsene, utilizzando un’espressione inquietante, ma non può scappare dai suoi compiti ed è chiamato a trovare le soluzioni più giuste. Innanzitutto, smettendola di giocare sulla pelle dei bambini, tornando ai valori di fondo che contraddistinguono la nostra civiltà, e poi ascoltando i cittadini che in questi giorni hanno detto con forza che cosa significa essere solidali, fornendo un esempio chiaro e limpido.

E tutt’altro che ingenuo come qualcuno vuol tentare di far credere. E’ di un evidenza lampante che a Lodi è stato commesso un fatto grave.
Adesso è il momento di rimediare. Anche perché quando ci si accorge di aver fatto un errore, ad essere buoni, tornare indietro e riparare a una ingiustizia non è sintomo di debolezza, ma solo di buon senso e di intelligenza.

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Ma l’ambientalismo non è un autobus

di Mario Lavia

Com’era facilmente prevedibile il giorno dopo l’exploit dei Verdi in Baviera ecco che si ri-appalesano le vecchie glorie dei verdi italiani. Normale che siano tutti contenti dell’affermazione di Katharina Schulz, 33 anni. Quello che non è normale è che sull’onda di Katharina si mediti di mettere su i cocci del vecchio Sole che Ride, glorioso simbolo finito nella polvere degli zerovirgola perché utilizzato con finalità tutte politiche e poco ambientaliste. Si sente parlare di accrocchi di vari personaggi in cerca di autore sotto il segno dei Verdi italiani: Angelo Bonelli vorrebbe “un partito rinnovato e allargato all’esperienza di alcuni sindaci come Federico Pizzarotti o realtà sociali come quella di Marco Cappato dell’ associazione Luca Coscioni”. Pecoraro Scanio (lo ricordate?) la mette più sull’attualità: “Anche in Italia i parlamentari ecologisti a partire dalla De Petris di Leu e da M5S devono dare forti segnali già nella legge di stabilità”. Già si immaginano cartelli elettorali con attori politici di terza fila, tutti insieme per tentare, come primo appuntamento, lo sbarco a Bruxelles. Ma l’ambientalismo è una cosa troppo seria – e troppo dimenticata – per essere l’autobus di politici – e soprattutto politicanti – per garantirsi un posto al sole prima della pensione.

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La vittoria di Simona Bonafè in Toscana: “La partecipazione, un grandissimo segnale”

di Agnese Rapicetta
E’ Simona Bonafè il nuovo segretario del Pd toscano. L’europarlamentare sarà la prima donna a guidare la segreteria regionale nella storia del partito democratico in Toscana. Sono stati oltre 46mila i votanti alla primarie aperte che hanno dichiarato un risultato schiacciante per la Bonafè, sostenuta dall’area renziana, che si è attestata intorno al 63% dei consensi, contro il 36% di Valerio Fabiani, lo sfidante dell’area che fa riferimento ad Andrea Orlando. Ma oggi lei rassicura: “Sarò il segretario di tutti”.
Una grande responsabilità, ma anche una grande opportunità…
Indubbiamente è una bella responsabilità, ma è anche una sfida stimolante che intendo affrontare concentrandomi su programmi e proposte che sono le uniche cose che interessano i nostri elettori e i cittadini. Dobbiamo avere ben chiaro che il nostro avversario si chiama Lega e 5 Stelle e non abbiamo più tempo da perdere, soprattutto perché abbiamo davanti appuntamenti molto impegnativi, a partire dalla amministrative di giugno. Quindi dico, da oggi a lavoro tutti insieme per non deludere quei 46mila toscani che ci hanno dato fiducia dimostrando come il Pd sia ancora una comunità viva che ha tanto da dare non solo a questa regione, ma a tutto il Paese.
La Toscana è sempre stata una roccaforte del Pd, ma l’esperienze passate ci hanno messo in guardia sul fatto che le cose possono cambiare velocemente: che cosa le chiedono gli elettori del Pd e cosa gli è mancato?
Le esperienze passate devono insegnarci che non è dividendoci che torneremo ad essere vincenti. Anzi è esattamente vero il contrario: dividendoci perdiamo. Il messaggio forte e chiaro che mi è arrivato da militanti e simpatizzanti, girando in lungo e largo la Toscana per il congresso regionale, è che vogliono sapere da noi che idea di regione abbiamo, cosa intendiamo fare per migliorare la sanità o per dare lavoro ai nostri giovani.
Ha definito la partecipazione dei militanti alle primarie come “al di sopra di ogni più rosea aspettativa”, il Pd rimane il punto di riferimento democratico in un paese sempre più chiuso e poco trasparente?
La partecipazione dei toscani è stato un bellissimo segnale che in un momento storico-politico in cui siamo governati da forze che fanno della chiusura, del sovranismo e dell’antieuropeismo la loro bandiera, assume un significato ancora più importante. Il Pd è l’unica vera opposizione a Lega e 5 Stelle ed è proprio per questo che Salvini ha già dichiarato la Toscana terra di conquista per le prossime elezioni regionali. La Toscana è la terra dei valori per eccellenza e il Pd ne è la perfetta espressione politica. Non lasceremo la nostra regione a chi questi valori li calpesta ogni giorno.
Le prossime scadenze elettorale sono già vicine: fra tutte quella più insidiosa è Livorno. Siete già pronti per mettervi in cammino?
Prontissimi, nella consapevolezza che c’è molto lavoro da fare. Per questo chiedo a tutti grande senso di responsabilità. Io immagino un Pd che torni ad essere aperto a quei mondi della cultura, dell’associazionismo, del volontariato. Il Pd deve essere il perno di un’alleanza che sappia guardare avanti senza rancori. Livorno, Firenze, Prato sono sfide importanti quanto difficili per le quali occorre avere programmi e idee chiare, un po’ di umiltà e la collaborazione di tutto il Pd.

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Verde speranza, tutti i perché di un successo post-ideologico

di Stefano Cagelli

Il 14 ottobre verrà ricordato per essere stato il giorno in cui l’onda verde ha invaso l’Europa. La Baviera, chiaramente, ma anche il Belgio e il Lussemburgo, dove il partito ambientalista ha raggiunto vette storiche e inaspettate fino a poche settimane fa. Se sommiamo quanto successo ieri alla vittoria di Van der Vellen alle presidenziali in Austria e al successo di Jesse Klaver in Olanda, allora il quadro che prende forma sembra essere quello di un movimento che si sta rapidamente evolvendo in qualcosa di strutturale ed estremamente popolare.

Attenzione, però. Diciamolo subito. La visione italiana che storicamente abbiamo dei Verdi non ha nulla a che vedere con il partito di massa che si sta affermando nell’Europa continentale. Nessun estremismo, nessuna connotazione politica ideologica, nessuno snobismo da salotto. “Sono fieramente antifascista, ma non bisogna essere di sinistra per essere antifascista”. Questa frase, se viene capita e non strumentalizzata, di Katharina Schulze, la 33enne leader dei Grünen bavaresi, chiarisce perfettamente di cosa parliamo.

Entrando specificatamente nel caso delle elezioni nel Land più popoloso e ricco di Germania, si registra un risultato spettacolare. 17,5 per cento, nove punti in più rispetto alle regionali del 2013, otto in più rispetto al dato relativo alla Baviera delle elezioni federali dello scorso anno. Punte clamorose a Monaco, dove i Verdi sono il primo partito con oltre il 30%. Difficile inquadrare tutti i perché di questo boom. I tanti analisti che in queste ore stanno provando ad interpretare il risultato, ne hanno snocciolati parecchi. Proviamo a metterli in fila, facendo un po’ d’ordine.

Anzitutto il tema per cui i Verdi esistono, la difesa dell’ambiente. Non una difesa tout-court, cosa a cui ci hanno abituato, troppo spesso, gli spuntati ecologisti nostrani, ma un’idea di sviluppo. La possibilità di conciliare la tutela del patrimonio ambientale con un modello di crescita innovativo, umano e rispettoso. Questo tema, troppo lentamente, sta facendo breccia nel sentire comune, con la crescente preoccupazione per i cambiamenti climatici che stanno mettendo a rischio il futuro del pianeta. L’avevano capito in tanti, non ultimo Barack Obama, il primo presidente Usa a spingersi a nord del circolo polare artico. Ora queste preoccupazioni possono tradursi in un voto consapevole.

Ha pesato, e pesa, sicuramente, anche la classe dirigente nuova che guida il partito. Annalena Baerbock e Robert Habeck a livello nazionale, l’astro nascente e già citata Katharina Schulze a livello locale. Sono tutti appartenenti alla cosiddetta ala “realista” del partito, quella che negli anni è riuscita a prevalere contro i “fondamentalisti”. Negli anni Ottanta, infatti, i Verdi si costituivano come un’unione di vari gruppi: ne facevano parte i movimenti pacifisti, le femministe, e coloro teorizzavano e praticavano un sistema di vita alternativo fuori dal sistema. Dopodiché un numero crescente di militanti cominciò a porsi il problema di come smettere di parlare a una nicchia molto ideologizzata di persone e proporsi ad un elettorato più ampio e popolare. Vinsero loro, cambiando per sempre la storia dei Grünen, non solo in Germania.

Un altro fattore determinante è stata la disaffezione verso i partiti tradizionali, Csu (partito fratello della Cdu di Angela Merkel) ed Spd. I Verdi sono riusciti magistralmente ad intercettare il voto di chi non sapeva da che parte girarsi. Non cedendo al populismo della destra, e mantenendo un’impostazione fieramente progressista sono riusciti a far convergere su di loro i voti che un tempo erano della Spd. Al tempo stesso, le idee liberali in economia e decisamente “laiche” in materia di sicurezza, hanno convinto parte dell’elettorato tradizionalmente legato alla Csu. Katharina Schulze non ha avuto paura di essere considerata troppo poco di sinistra nel chiedere più mezzi e più risorse per le forze dell’ordine, al tempo stesso non teme di essere considerata troppo di sinistra se espone il dito medio in faccia ad un gruppo di manifestanti neonazisti o se rivendica con orgoglio la sua anima “obamiana”.

Qui sta la grande novità dei Verdi, la loro natura post-ideologica. Quella che consente a Claudia Kohler, candidata a Monaco, di fare volontariato in Chiesa o pressi i Vigili del Fuoco della sua città, e di definirsi “conservatrice nel senso migliore del termine”. Quella che consente a tutti i leader locali e nazionali di non cedere di un millimetro su Europa, immigrazione, integrazione e società aperta. “Siamo stati gli unici coerenti, che non sono andati a zig zag in campagna elettorale”, ha detto la Schulze. E gli elettori, evidentemente, l’hanno apprezzato.

Di certo adesso si apre una fase nuova. La prospettiva di governo è ormai nei fatti, ma, come dimostra quanto successo con il fallimento del tentativo di far nascere la Jamaika Koalition lo scorso anno insieme a Cdu-Csu e Liberali, i Grünen non accettano compromessi al ribasso. Forti anche della devastante esperienza della Spd nella Grosse Koalition, entreranno in formazioni di governo (come già fanno in ben nove stati tedeschi) solo dove questo consentirà di portare avanti i propri valori e le proprie idee. I sondaggi sembrano dare loro ragione. In Assia, dove si terranno le elezioni a fine mese, i Verdi sono in crescita e sono dati al 18 per cento (il doppio di cinque anni fa). La stessa cosa vale a livello nazionale: nei sondaggi sono stimati tra il 15 e il 17 per cento, alla pari o anche oltre i socialdemocratici della Spd. Se la tendenza venisse confermata ci troveremmo di fronte alla poderosa ascesa di una nuova Volkspartei.

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Con l’ambientalismo si può arginare il vento sovranista. Parla Realacci

di Carla Attianese

Alle elezioni in Baviera i Verdi doppiano e superano il consenso delle ultime elezioni, con la destra ultranazionalista che esce arginata dal voto nel lander. In Italia invece la parabola del voto ambientalista presenta un segno opposto, con un partito che non è mai davvero decollato e il tema della sostenibilità toccato solo marginalmente dai partiti “main stream”. Ne parliamo con Ermete Realacci, storico leader ambientalista e già parlamentare dell’Ulivo e del Pd, oggi impegnato alla presidenza della Fondazione Symbola.

Realacci i Verdi in Baviera passano dall’8% al 18%, tanto da far parlare a Bild di “nuovo rosso”…
È un risultato importante, frutto ovviamente di dinamiche legate anche a situazioni nazionali, con la CSU che probabilmente ha pagato lo scontro con Merkel. Per certi versi è anche un risultato che non sorprende: il Baden-Württemberg confina con la Baviera ed è governato da tempo dai verdi con oltre il 30%, tra l’altro in una regione dalla forte vocazione industriale. Ciò significa che c’è una scommessa di una parte importante della società e dell’economia tedesche che alimenta il successo. È una scommessa che del resto sta compiendo anche una grossa fetta del’economia in Italia, solo che da noi non viene letta.

Dunque il successo dei Verdi tedeschi si spiega anche con un vuoto sui temi ambientali nei partiti tradizionali?
Be’ non si può dire che Merkel non sia attenta ai temi ambientali, solo che loro li interpretano meglio. Del resto Katharina Schulze ha vinto parlando di diritti come di sicurezza, e per questo è apparsa più credibile.

In Italia la sfida dell’”ambientalismo pragmatico”, lanciata anche da Veltroni al Lingotto, è persa?
Ricordo un intervento di Veltroni a una Festa de l’Unità quando l’applauso più forte arrivò dopo le parole “il Pd deve essere la prima forza ambientalista d’Italia”, peccato che poi non sia accaduto. Si sono fatte scelte nefaste come quella del referendum sulle trivelle, che non solo poteva essere evitato ma il cui esito è stato disastroso, perché ci ha allontanato dai giovani a ci ha poi aiutato a perdere anche la riforma costituzionale. In Italia c’è un’economia che in larga parte va in quella direzione, con un terzo delle aziende manifatturiere che ha investito in green economy, producendo lavoro e sviluppo. L’arretratezza è nella politica così come nell’informazione. Quando è uscito il rapporto IPCC sui cambiamenti climatici mi ha impressionato l’escursione termica fra i grandi giornali mondiali, che ci aprivano, e i quotidiani italiani dove c’erano solo trafiletti. E la sera stessa Floris ha fatto il suo show senza neanche nominare la questione.

La sensazione è che nel frattempo prevalga l’ambientalismo dei No, spesso agitato in modo strumentale come fa M5S. È così?
Oggi non è questo il problema. Vedere il tema ambientale come legato ai No e non come perno di un’economia diversa è una visione confinata ai vecchi industriali o agli ambientalisti ideologici. Ma si vince o si perde se l’ambiente è proposto come speranza che dà forza al lavoro e all’economia. Siamo stati il primo Paese al mondo a vietare i cotton fioc non biodegradabili e le microplastiche, eppure Corriere e Repubblica ne hanno parlato solo per citare un provvedimento simile solo annunciato dalla Scozia. Sono risultati importanti che però non si sono trasformati in motivo di rivendicazione e orgoglio. Questa visione orgogliosa e ambiziosa dell’Italia, di cui il Pd doveva essere portatore, non c’è stata.

I Verdi in Germania hanno vinto con un messaggio filo-europeista. Che lezione è in vista del voto di maggio?

Se c’è un tema su cui l’Europa è stata percepita come positiva è l’ambiente, e se c’è una partita in cui ha giocato un ruolo da protagonista è quella degli accordi di Kyoto. Dunque sì, è questo un tema su cui si può guadagnare terreno, anche perché è qualcosa che la gente capisce.

Insomma il futuro dell’ambientalismo è nelle formazioni “verdi”, o c’è ancora spazio nei partiti tradizionali?
Questo le vedremo. Ma se sto nel Pd è perché resto convinto che possa essere anche questo. Ci sono altri terreni che dobbiamo sapere praticare, ma quello della sostenibilità ambientale resta, più che per altri, nostro.

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