Buatta, contenitore di news

* INFO COOKIES - GDPR *

❌ Informazioni
Sono disponibili nuovi articoli, clicca qui per caricarli.
Ieri — 23 Genuaio 2019Europa Quotidiano

Sgomberi e violenze. Piccola cronistoria dell’odio di governo

di Democratica

Il Cara di Castelnuovo dovrebbe essere solo l’inizio. Fra sgomberi e ‘progressivi svuotamenti’, come Salvini definisce la cancellazione dei C.a.r.a., i centri di accoglienza per i richiedenti asilo, e dei C.a.s., i centri di accoglienza straordinaria, gli interventi di sgombero o di allontanamento segnano il cammino politico del leader leghista, che dell’abbandono per strada di uomini, donne e bambini migranti, ne ha fatto bandiera e vanto.

Una delle prime operazioni è quella del 4 settembre 2018. In piazza Don Mapelli, a Sesto San Giovanni, dove la polizia sgombera una palazzina di Alitalia. È occupata abusivamente: una parte degli abitanti sono italiani, povere famiglie, l’altra stranieri, alcuni mandati lì addirittura dai Servizi sociali di Milano. Alla fine dell’operazione, in strada ci sono venticinque bambini. Nessuno sa dove portarli, e così gli agenti in assetto antisommossa decidono di farli tornare nei locali appena sgomberati.

Il 13 novembre, al mattino presto, la polizia si presenta coi blindati al centro Baobab, la tendopoli allestita dai volontari di Baobab Experience a piazzale Maslax, dietro la Stazione Tiburtina a Roma. La struttura serve da punto di raccolta per migranti in transito. Al seguito delle forze dell’ordine c’è anche una ruspa: centinaia di persone che vivono in tende e gazebo assistiti dei volontari, sono identificate, mentre il campo viene sgomberato.

Con l’entrata in vigore del decreto sicurezza, migliaia di migranti rischiano di finire per strada: forse 40 mila.
Le prefetture, in applicazione della normativa, ordinano l’allontanamento di tutti gli stranieri che, pur in possesso del permesso di soggiorno umanitario e pur avendo diritto di stare in Italia, non hanno i requisiti per beneficiare del diritto d’accoglienza. Sembra una contraddizione legislativa, eppure è così, e probabilmente è voluta.

A Isola di Capo Rizzuto, a fine novembre dello scorso anno i migranti sono allontanati dal Cara e portati in stazione: non hanno più un posto dove tornare né sanno dove andare.
Ai primi di dicembre altre decine sono lasciate fuori dai CAS in provincia di Caserta, mentre a Mineo, in provincia di Catania, la cacciata dei migranti è temporaneamente rinviata per intervento del vescovo, ma alla fine saranno 170 persone cacciate, senza più un posto dove abitare.

La prossima meta del ministro dell’Interno è proprio Mineo: Salvini intende portare a termine l’operazione e chiudere completamente il centro. Nel calendario degli sgomberi forzati del leghista, ci sono anche le strutture di Bologna, Crotone, Bari e Borgo Mezzanone (Foggia), centri che al momento ospitano circa seimila stranieri che dovranno essere redistribuiti.

Molti di loro si troveranno in una sorta di vuoto kafkiano, non solo amministrativo e burocratico, ma anche fisico: da una parte non saranno espulsi dall’Italia, perché le promesse di rimpatrio fatte da Salvini sono rimaste slogan elettorali; dall’altra non possono rientrare nei circuiti di accoglienza governativi. Andranno a ingrossare l’esercito dei clandestini, una massa a rischio che il decreto sicurezza sta pericolosamente gonfiando.

L'articolo Sgomberi e violenze. Piccola cronistoria dell’odio di governo proviene da Democratica.

La vergogna di Libero, anche lo sponsor dice no

di Daniele Viotti

Feltri colpisce ancora. E quella vergogna camuffata da giornale che lui dirige ha aperto l’edizione di oggi con il titolo “Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay”. E come occhiello? “C’è poco da stare allegri”. Certo, nel testo, Filippo Facci, firma di punta del giornale, spiega che non c’è nessuna correlazione tra i vari dati riportati, che si voleva semplicemente fornire una fotografia dell’Italia di oggi.

Lo spunto iniziale è la riproposizione al contrario del film con Marco Giallini dove tre disperati si ritrovano catapultati dal 2019 al 1982. Qui si cerca di immaginare la situazione contraria, cioè un passaggio dei tre dal 1982 al 2019. La situazione che si troverebbero di fronte viene riassunta in un ulteriore occhiello nelle due pagine interne, dove l’articolo prosegue dalla prima: “Stagnazione e ambiguità sessuale: la foto di un’Italia che cambia e che resta uguale”.

Si cita il Pil in calo, il basso numero di fatture elettroniche, riportando i dati dell’Associazione dei Commercialisti, con molti soggetti economici ancora non attrezzati per rispettare gli adempimenti di legge, e, infine, gli ultimi dati dell’Office for National Statistics sulle persone che fanno coming out nel Regno Unito, aggiungendo a questi i dati del sondaggio Ipsos sulla sessualità e quelli dell’Istat sul numero di persone lgbt in Italia.
Una sommatoria di cose a caso, avvicinate l’una all’altra con la scusa di restituire una fotografia dell’Italia del nostro tempo. La correlazione nel testo non viene esplicitata, ma si gioca chiaramente sul non detto per vedere l’effetto che fa.

Verrebbe da pensare all’innesco di una sorta di “effetto farfalla” – assurdo – della serie: un coming out in UK porterebbe a una fattura elettronica mancata in Italia con annessa decrescita del Pil. Fa persino girare la testa tutto questo. Questo modo di fare informazione è vergognoso. Si lanciano messaggi sbagliati, falsi, si gioca sulle paure e sulle insicurezze, si restituisce una sorta di ritratto apocalittico (secondo l’avviso di Libero) del nostro tempo. Questo è il modus operandi che contraddistingue la politica di Salvini, della Lega, del Movimento 5 Stelle, dei populisti in genere. Quella di Libero è sempre una linea tra il provocatorio e l’oltraggioso che dobbiamo continuare a “denunciare”.

Oggi ho fatto un passo in più. Un piccolo gesto che vi invito a seguire. Ho scritto al principale sponsor di Libero, Ristora. Ho mandato una mail per chiedere alla società di dissociarsi immediatamente dal vergognoso titolo del giorno e di valutare se continuare la sponsorizzazione di una testata che semina odio e istiga alla discriminazione. E sono davvero contento che, immediatamente, l’azienda abbia fatto sapere di aver deciso di ritirare la pubblicità da Libero.

La responsabilità sociale delle imprese, una delle questioni su cui mi batto come parlamentare europeo, è questo: il dovere, per le aziende, di prendere posizione, di dire a quale clientela intendono rivolgersi e che modello economico hanno in mente.
Ho scritto per la mia personale dignità, oltre che come co presidente dell’Integruppo per i diritti lgbti al Parlamento europeo, per la dignità delle persone lgbt e di tutte le minoranze colpite ripetutamente, senza motivo, da Libero. Quel giornale, non abbiamo dubbi, continuerà a divulgare i suoi vergognosi messaggi, ma da oggi dovrà farlo con uno sponsor in meno.

L'articolo La vergogna di Libero, anche lo sponsor dice no proviene da Democratica.

Il superpompato Adrian? Una tv piena di guru da fuffa

di Carmine Castoro

Ora, passi per i trailer dei giorni scorsi che all’improvviso ci bombardavano sul divano con iniezioni acustiche degne di un tuono da uragano del Pacifico o di un superjet a bassa quota, in barba a tutti i codici che regolano la materia. Passi per il battutismo moscio e seriale di un Frassica, a metà fra Noè e un frate cappuccino, che sembra di aver sbagliato canale e di stare al tavolino dei menestrelli del pretino Fazio. Passi pure per l’apparizione del vero protagonista che si è appalesato alle 22.10, dopo le anteprime, gli “aspettando”, le introduzioni, gli stacchetti per favorire un’orgia di spot di berline (veramente tante), biscotti, creme antirughe, compagnie telefoniche, hamburger e quant’altro. Passi pure per l’insistita caratterizzazione in chiave erotica della sua compagna Gilda (la vera Claudia Mori?) che appare in tante scene sempre desnuda e vogliosa e pronta a togliersi sottoveste e mutandine. Passi tutto, ma alla fine delle prime due puntate di questo Adrian, inguardabile, borioso, noioso, mal diretto, spettegolato, avventato, pletorico, superpompato e offensivo per il gusto del telespettatore culturalmente un tantino più avvertito, con il grande “re” della comunicazione e della “ribellione” Adriano Celentano, sul palco veronese del Camploy per una quindicina di parole, la prima volta, e per circa sette minuti di silenzio, la seconda, con la solita andatura ciondolante e la smorfia sguincia alla “ghe pensi mi”, ma che cosa rimane?

Rimane la pappa catodica a cui ci ha abituato il Molleggiato in tutti i suoi “big return” degli ultimi anni, di cui avremmo fatto francamente a meno, dove ha venduto a prezzi da capogiro la sua anima rock, le sue utopie farneticanti e generaliste da giacobino miliardario, il suo neo-Sessantotto senza aver fatto il primo (a giudicare dal testo di molte sue canzoni dell’epoca, come sottolineano gli esperti), il suo spirito di “rivolta” farcito di cliché e di avventurismo post-ideologico, il suo trasformismo tardo-politico che non è la stessa cosa di lavorare per una trasformazione reale delle cose e dei rapporti di potere. Rimane il solito trogolo dei gossip che fomentano le attese, con la complicità dei giornalisti avvoltoi e voyeur: verrà? Non verrà? Parlerà? Non parlerà? E chissenefrega no? Insomma, per eufemizzare il Fantozzi della Corazzata Potemkin: una boiata cosmica alla quale un popolo infelice e depresso, a caccia di soluzioni e salvatori, abbocca senza pietà, con penose ovazioni da stadio, i “ti amo”, “non morire mai”, “ti preferiamo anche zitto”, “sei bellissimo”, da povera nazione da Quarto Mondo berlusconiano, intellettualmente ferma ai Duran Duran e mai paga di nani e ballerine. Rimane nello specifico una tele graphic-novel, magari bella nella fotografia e in alcune soluzioni cromatiche e montaggistiche, ma di una pedanteria narrativa ultra, con molte incongruenze (come fa una polizia distopica modello Ghestapo, ma acrobatica e con gli occhi fosforescenti, a non trovare un misero orologiaio, in un’era di elettronica integrata e di Grande Fratello realizzato, che per di più ha detto pure dove abita??), e un tronfio auto-appagamento per concettucci “emancipatori” (la bellezza, la libertà, la rivoluzione dal basso, declinati così, a vanvera) che nemmeno alle assemblee studentesche di terza media si sentono.

In gergo, Adrian potrebbe essere definito un less-objection program, ovvero un programma che sembra quasi servizio di pubblica utilità e che raccoglie pochissime “obiezioni” alla sua ragion d’essere. Del resto, mutatis mutandis, perché andare contro una come Maria De Filippi di C’è posta per te se, davanti agli schermi, fa la mandrakata di far ritornare insieme le coppie, far riappacificare i litiganti e ritrovare dopo svariati decenni un uomo e una donna che si erano amati più o meno all’epoca di Caporetto? E’ che ritorna, prepotentemente, nel nostro mondo cariato, l’importanza della Guida Suprema e di una sorta di imitatio Christi. Dice di essa il filosofo Remo Bodei in “Immaginare altre vite”: “…una figura che attrae e respinge con la sua maestà, che è insieme scostante e seducente, capace di calamitare rispetto e amore nello stesso tempo, di dare morte e vita, di far avvertire distanza e prossimità. Rinunciando al pensare autonomo, l’orgoglio di diventare partecipi del suo potere e dei suoi progetti, di assorbirne magicamente le energie, di avere un ruolo palese e riconosciuto, al suo fianco, nella costruzione dell’avvenire, eleva l’animo e irrobustisce l’adesione di molti – e non sempre dei più ingenui – ai regimi totalitari” .

Ecco i parvenu del tele-cosmo: ottimizzatori, razionalizzatori, catechizzatori, fidelizzatori, attivatori di dinamiche emulative, intagliatori di coscienze, guaritori dai peccati idealistici, “radiologi e tastatori di polso”, diceva Debray ne “Lo Stato seduttore”, “battitori o appostatori” che danno la caccia “agli schemi estremamente volatili dei desideri e dei comportamenti ispirati da quei desideri”, dicevano Bauman e Lyon in “Sesto potere”. Patriarchi temuti e invidiati, non più tanto imbonitori da tele-vendite quanto caporali fustigatori che profferiscono incessantemente dai format più seguiti del piccolo schermo, commissari del consenso con la giubba tirata a lucido dei gladiatori che si battono “finanche” per la crescita socio-occupazionale del popolo. Ricordate il Trump de noantri Flavio Briatore in The Apprentice? Lui era l’Imprenditore con la I maiuscola, dispensatore di suggerimenti pratici e della carta d’imbarco per il paradiso del successo e dell’incasso facile, ma le cui perle “montessoriane” impallidivano: “nella jungla del business c’è un solo predatore”, “chi arriva secondo è il primo dei perdenti”, e il famosissimo motto inflitto all’allievo incapace di turno: “sei fuori!”.

Stretti nel terribile mantice di una “televisione del dolore” defilippiano-dursiana che mette quotidianamente sulla tavola dei carnivori separazioni, afflizioni, tribolazioni, e di una “televisione dei forconi” che ci fa intravedere trincee cruente alla Salvini o mirabili Bastiglie dell’amore e della fantasia, saremo all’altezza di questa bellissima frase di Michelstaedter: “Le grida delle persone arrabbiate sono il cigolìo di tutte le commessure della macchina sociale che non ha trovato ancora il suo giusto punto” ? Riusciamo (o riusciremo) a coniugare questo manierismo della tenerezza  -di cui sinceramente ne abbiamo le scatole piene – con la tenacia della lotta e la voglia reale di un miglioramento generale?

L'articolo Il superpompato Adrian? Una tv piena di guru da fuffa proviene da Democratica.

I sovranisti ingordi e distratti, perdono la testa per l’accordo di Aquisgrana

di Stefano Cagelli

Il grosso problema dei sovranisti è che vogliono sempre la botte piena e la moglie ubriaca. Prendete Viktor Orban e tutto il gruppo di Visegard. Vogliono i soldi dell’Unione europea, ma non hanno la minima intenzione di collaborare sul fronte dell’emergenza migranti, rifiutando regolarmente il piano di redistribuzione dei profughi approntato da Bruxelles. O, ancora, su scala più grande, pensiamo a Trump, che vuole mettere i dazi per limitare le esportazioni verso gli Stati Uniti, ma chiede a tutta Europa di rifornirsi con il gas americano.

In questo senso, gli esemplari nostrani non sono certo da meno. La rappresentazione plastica dell’ingordigia dei populisti la si è avuta con la vicenda della firma del nuovo Trattato di cooperazione franco-tedesco, avvenuto ieri nello straordinario contesto della città di Aquisgrana, dove Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno sancito l’inizio di una nuova era nella storia dei rapporti tra Parigi e Berlino. Un fatto che ha scatenato i maccheronici insulti dei sovranisti italici, a partire da un’incredibile Giorgia Meloni che, dal suo generatore quotidiano di bastonate mediatiche, ha tirato fuori addirittura che “Francia e Germania, con questa firma, dichiarano guerra all’Italia”.

Ma come? La Merkel brutta e cattiva e l’odiato Macron mettono la loro inutile firma su un foglio e gli italiani purosangue si stracciano le vesti? E cosa pretendevano? Con Di Maio che liscia il pelo ai gilet gialli che sfondano le porte di un ministero, e Salvini che flirta con i governi più liberticidi d’Europa, cosa si aspettavano che facessero Merkel e Macron? Che scendessero a Roma a pregare Conte di prendere parte all’accordo, per poi sentirsi dire il giorno dopo da un Di Battista qualsiasi che “la Francia paga il suo debito sfruttando le colonie africane”?

La guerra, cari sovranisti, l’avete dichiarata voi all’Europa. E ora ne dovete (ne dobbiamo, ahinoi) pagare tutte le conseguenze. Sveliamo un segreto alle piccole Meloni e ai distratti Salvini: Paolo Gentiloni, con la benedizione di Sergio Mattarella, aveva già trovato un’intesa con Macron per la firma di un trattato simile tra Francia e Italia. Ora il testo sta prendendo la polvere nei cassetti del Quirinale. Se vi interessa davvero fare passi avanti, e non solo seminare odio e alimentare polemiche per lucrare facile consenso, la strada è tutto sommato semplice.

L'articolo I sovranisti ingordi e distratti, perdono la testa per l’accordo di Aquisgrana proviene da Democratica.

Il governo dell’isolamento prova a far saltare anche la missione Sophia

di Stefano Cagelli

Prosegue il disegno autodemolitorio del governo Lega-Cinque Stelle. Dopo aver insabbiato la modifica del Regolamento di Dublino, bloccato il programma di ricollocamento in altri Stati di 27mila richiedenti asilo, bocciato la proposta di istituire una guardia costiera europea con l’impiego di 10mila nuovi agenti, ora è la volta della missione Sophia. Stiamo parlando di una questione dall’alto valore militare, politico e simbolico, la prima missione gestita in maniera coordinata dall’Italia, con la partecipazione di altri 26 paesi europei. Ora tutto rischia di essere mandato all’aria dal governo.

Il grido d’allarme, dopo l’insofferenza fatta filtrare da Berlino per l’atteggiamento ostile dell’esecutivo italiano, viene lanciato dal comandante dell’operazione, l’ammiraglio Enrico Cremendino. “Il rischio di infiltrazioni di terroristi dalla Libia non è provato al momento, probabilmente più da altri paesi, ma è chiaro che se si perdono le navi militari nel Mediterraneo centrale aumenta il rischio che arrivino non solo migranti. Gli scafisti – ha aggiunto – si adattano costantemente a quello che succede, hanno grandi capacità di adattamento”.

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, come suo solito, reagisce a tutto questo in maniera sconcertante, facendo spallucce e sostenendo che “se la Germania si sfila non è certo un danno per l’Italia”. Parole solo leggermente mitigate da quelle del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi: “L’Italia non ha mai chiesto la chiusura di Sophia. Ha chiesto che siano cambiate, in rigorosa e doverosa coerenza con le conclusioni del Consiglio Europeo di giugno 2018, le regole relative agli sbarchi delle persone salvate in mare. Gli accordi dell’aprile 2015 prevedono che siano sbarcate sempre in Italia, mentre il Consiglio Europeo del giugno scorso ha esortato gli Stati UE alla piena condivisione di tutti gli oneri relativi ai migranti”.

Un’affermazione troppo debole per tentare di celare una situazione che è ormai sotto gli occhi di tutti: al governo italiano non interessa trovare soluzioni, ma farle saltare. Non interessa riuscire a trovare una sintesi con i paesi europei, ma provocare lo scontro. Non interessa fare gli interessi dei cittadini che soffrono (sia in mare che a terra) ma metterli gli uni contro gli altri. Solo alimentando questa continua tensione, la Lega (e i Cinque Stelle a ruota) continuano ad alimentare il proprio consenso. Il risultato, però, è l’isolamento. Un profondo e dannoso isolamento.

L'articolo Il governo dell’isolamento prova a far saltare anche la missione Sophia proviene da Democratica.

Vince Landini (ma Colla non perde). Il compromesso nella Cgil

di Mario Lavia

Vince Maurizio Landini e non perde Vincenzo Colla: è la Cgil nel suo insieme che riesce, in extremis, a evitare una conta che l’avrebbe divisa come una mela, cosa mai successa nella sua lunghissima storia. L’accordo è l’uovo di Colombo: segreteria generale a Landini, più conosciuto, più mediatico, più combattivo e forse più amato; e vicesegreteria al più mite e considerato più “riformista” Colla, che grazie al suo largo consenso porta a casa una buona presenza nella segreteria e nel direttivo, dunque in grado non diciamo di condizionare ma quantomeno concordare con il neosegretario le scelte di Corso d’Italia.

Nel merito, dalla segreteria usciranno Camusso e Franco Martini, l’uomo che ha la delega alla contrattazione. Entra, in quota Colla, Emilio Miceli, segretario dei chimici. Dal canto suo Colla può contare anche sulla conferma di Roberto Ghiselli.

Nel direttivo, lo schema sarà quello del 60 a Landini e 40 a Colla. Molto importante anche la scelta di una seconda vicesegreteria, che andrà a una donna, probabilmente Gianna Fracassi.

Verranno nominati anche due vicesegretari aggiunti, un “colliano” e un “camussiano” (anche perché il grosso dei voti pro-Landini sono direttamente ascrivibili alla Camusso).

Ci si poteva pensare prima a tutto questo? In realtà al compromesso si lavora da settimane. Il punto di difficoltà era stato, fino alla notte scorsa, il grado di bilanciamento “colliano” alla segreteria Landini. Ci si è lavorato molto, con Susanna Camusso e i suoi impegnati a raggiungere l’obiettivo di non vedere sconfessata la sua indicazione a favore dell’ex capo della Fiom: impresa riuscita anche grazie ad un argomento forte. Questo: se la Cgil vuole giocare un ruolo di prim’ordine nell’attuale fase sociale e politica – fase contrassegnata da un preoccupante incedere della risi economica e dal segno di destra della politica economica del governo Conte – e se intende davvero costruire una nuova fase del rapporto unitario con Uil e Cisl, allora non ci si può presentare lacerati, e dunque da Bari deve uscire una Cgil unita non solo sul documento (che ha avuto già il 98%) ma anche sul nome del segretario.

Vincenzo Colla ha tenuto ferma la sua candidatura forse immaginando che sarebbe andata finire così. E costruendo assemblea dopo assemblea una quasi-maggioranza che in ogni caso costringerà Landini a un confronto interno serrato e permanente.

Ma non c’è dubbio che l’uomo del giorno sia Maurizio Landini, il sindacalista con la felpa, l’ex ragazzo che abbandonò gli studi per lavorare in fabbrica, il dirigente sindacale che scalò gradino dopo gradino la Fiom guidata da anni da emiliani come lui (da Claudio Sabattini a Gianni Rinaldini), nel segno di quella sinistra sindacale da sempre egemone fra i metalmeccanici ma mai a Corso d’Italia. Landini è un sindacalista puro, anche se negli anni del renzismo sulle sue spalle ricadde il compito di testimoniare appunto la critica da sinistra al Pd, fino al corteggiamento di un estremismo troppo minoritario (la vacua esperienza della “Coalizione sociale”) per farne qualcosa di significativo. Landini lo capì presto e abbandonata la Fiom per scadenza del mandato si  gettò nella corsa alla guida della Cgil.

Dopo gli 8 anni di guida complicata di Susanna Camusso, a lungo omaggiata (bello l’abbraccio con Annamaria Furlan), adesso tocca a questo emiliano di 57 anni, solido e mediatico, pragmatico e combattivo, il compito arduo di far rientrare pienamente la Cgil nello scontro politico e sociale (a partire dalla manifestazione unitaria del 9 febbraio contro il governo), aggiornare la sua piattaforma ideale e culturale svecchiando abitudini consolidate e liturgie antiche (può un Congresso durare un anno?), confermando la autonomia dalla politica e dai partiti e – soprattutto – restituire un senso forte al ruolo della Confederazione. Nell’era del populismo al governo, a Maurizio Landini toccherà un lavoro davvero non facile.

L'articolo Vince Landini (ma Colla non perde). Il compromesso nella Cgil proviene da Democratica.

❌